a cura della Dott.ssa Ilaria Falconi

Introduzione

La Rivoluzione industriale, originatasi con l’introduzione del motore a vapore, ha trasformato le modalità di produzione dei beni attraverso il passaggio dalle officine alle fabbriche con l’uso sempre più massiccio delle macchine. Per soddisfare il bisogno di enormi quantità di energia che è necessaria per la realizzazione dei prodotti industriali si è fatto sempre più ricorso alle energie fossili quali carbone, petrolio e gas. In tale contesto si è altresì sviluppata successivamente la produzione di nuovi materiali non rinnovabili come l’acciaio, il cemento e la plastica.
L’economia basata sulle fonti fossili è divenuta il paradigma di sviluppo dominante: negli ultimi cinquant’anni l’economia incentrata sull’energia da fonti fossili ha determinato un sostanziale incremento economico, demografico, sociale e tecnologico: la popolazione mondiale, infatti, è più che raddoppiata.

Tuttavia, a fronte di questo sviluppo, lo sfruttamento delle risorse ha raggiunto livelli non più sostenibili: il consumo globale di cibo e di acqua dolce nel tempo è più che triplicato e il consumo dei combustibili fossili è quadruplicato.
Inoltre, il riscaldamento globale, la desertificazione, l’acidificazione dell’acqua e la perdita di biodiversità sono solo alcuni dei cambiamenti che il Pianeta sta subendo principalmente a causa delle attività antropiche via via sviluppatesi.

La problematica della sostenibilità ambientale è divenuta, quindi, un tema fondamentale in quanto il nostro è un pianeta con crescita demografica tendenzialmente infinita ma con risorse in progressivo esaurimento.
Tale problematica è stata maggiormente evidenziata durante la pandemia in corso che ha rilevato la fragilità dell’attuale sistema economico e sociale, il legame fra l’uomo e la natura e il rapporto tra modi di produzione, gestione delle risorse e il territorio.

Per soddisfare la crescita demografica globale, gestire gli impatti ambientali in atto, incrementare la capacità di resilienza degli ecosistemi e garantire la sostenibilità ambientale occorre cambiare paradigma economico e di sviluppo utilizzando fonti energetiche e risorse biologiche rinnovabili affinché la produzione primaria sia più sostenibile ed i sistemi di trasformazione più efficienti, capaci di produrre alimenti, fibre ed altri prodotti a base biologica con minor utilizzo di fattori produttivi e con minore produzione di rifiuti e di emissioni di gas climalteranti.

La bioeconomia, sistema socio-economico associato alla valorizzazione delle risorse biologiche rinnovabili terrestri ed acquatiche al fine di originare bio-prodotti, sarà un pilastro fondamentale in quanto è connessa al territorio, genera filiere multidisciplinari integrate alle aree locali e valorizza i residui delle suddette filiere in prodotti a valore aggiunto.

La bioeconomia, infatti, favorirà la transizione da un sistema produttivo economico basato sulle fonti fossili, non rinnovabili ed in grado di generare effetti dannosi ambientali, ad uno più sostenibile in grado di promuovere un’economia a basso impatto ambientale e capace di rigenerare gli ecosistemi naturali anziché impattarli.

La bioeconomia permetterà di entrare nell’era post – petrolifera e post – lockdown in quanto rappresenterà la chiave di volta in grado di proiettare l’Italia in un nuovo modello di sviluppo in sintonia con il percorso di Green New Deal intrapreso a livello europeo. La bioeconomia, infatti, raffigurerà una pietra miliare su cui fondare la ripartenza del nostro paese in quanto è in grado di conciliare lo sviluppo economico con la salvaguardia dell’ambiente e con l’incremento dell’occupazione.
La quantificazione, il monitoraggio e l’analisi approfondita delle filiere della bioeconomia rappresentano elementi imprescindibili per indirizzare e delineare le future politiche per uno sviluppo sostenibile, inclusivo, climaticamente neutro, resiliente e in linea con l’Accordo di Parigi, gli obiettivi dell’Agenda ONU 2030, il Green New Deal, la Strategia sulla Biodiversità 2030 e la Strategia Farm to Fork dell’Unione Europea.

Infatti i Rapporti sulla bioeconomia, redatti da Intesa San Paolo insieme all’Associazione nazionale di Federchimica per lo sviluppo delle biotecnologie (Assobiotec) e al Cluster Spring, hanno lo scopo di esaminare le attività della bioeconomia connesse alle catene globali di valore con particolare attenzione al modello produttivo e di consumo, alla riduzione degli sprechi, alla valorizzazione degli scarti e all’innovazione tecnologica.

Il 6° Rapporto sulla bioeconomia

La sesta edizione del “Rapporto sulla bioeconomia in Europa”, utilizzando la stessa metodologia originale della precedente edizione, aggiorna al 2018 la stima della produzione e dell’occupazione della bioeconomia in Italia e nei principali paesi europei come Germania, Francia, Spagna, Regno Unito e, per la prima volta, Polonia.
Tale edizione è, inoltre, dedicata alla filiera agro-alimentare, pilastro chiave della bioeconomia, in quanto ha un grande potenziale nel contesto dell’economia bio-based e circolare, in termini di gestione efficiente delle risorse, protezione della biodiversità e del suolo, gestione sostenibile del territorio, produzione di servizi ecologici e sociali, valorizzazione e riutilizzo dei residui e rifiuti, produzione di bioenergie e prodotti biologici attraverso l’uso efficiente e sostenibile delle risorse rinnovabili. Il settore agro-alimentare, oltre a garantire il fabbisogno nutrizionale e la salvaguardia della salute, della biodiversità e dell’ambiente, costituisce una fonte primaria di biomassa da valorizzare sia per produrre bio – componenti, che per sostituire le tradizionali fonti di energia nel settore energetico, dei trasporti e del riscaldamento.
Nel 2018 in Italia l’insieme delle attività connesse alla bioeconomia ha generato un fatturato pari a circa 345 miliardi di euro ed un’occupazione di oltre due milioni di persone (8.1%).
Per quanto riguarda l’occupazione si è evidenziato un trend positivo con un aumento dell’1% delle persone impiegate.
Il valore della produzione della bioeconomia nel 2018 si è incrementato di 7 miliardi rispetto al 2017, pari ad un +2,2%, passando dall’8.8% del 2008 all’attuale 10.2% grazie ai contributi positivi della maggioranza dei settori coinvolti, specialmente di quello agro-alimentare. Il sistema agro-alimentare italiano, infatti, si posiziona ai primi posti in Europa, con un peso sul totale europeo del 12% in termini di valore aggiunto e del 9% in termini di occupazione.

Nel dettaglio, in Italia il settore dell’agricoltura, della silvicoltura e della pesca si conferma al secondo posto per produzione (58 miliardi circa di €) e al primo posto, invece, per occupazione (912 mila unità) con un peso complessivo del 58.9% di cui il contributo maggiore è fornito dal settore alimentare e delle bevande (41.3%).
L’industria alimentare, delle bevande e del tabacco è di primaria importanza per il mercato della bioeconomia ed, infatti, essa rappresenta il 41.3% del totale in termini di produzione, con un valore pari a 142 miliardi di euro. La sua rilevanza si osserva anche per il numero occupati (22.6%), pari a 464 mila. Il 2018 è stato un anno di ulteriore consolidamento per detto settore in quanto lo stesso si è incrementato, rispetto al 2017, del 2.9% per quanto concerne la produzione e dell’1.5% in termini occupazionali.
La filiera agro-alimentare, inoltre, può fornire un contributo rilevante per la prevenzione degli sprechi e la valorizzazione degli scarti organici. Tuttavia, la chiusura del ciclo è strettamente connessa alla dotazione di impianti adeguati in grado di trattare e valorizzare i rifiuti e residui sotto forma di compost, di biocarburanti e di biomateriali. Il quantitativo di rifiuti organici in Italia è direttamente proporzionale alla diffusione della raccolta differenziata, ma ancora oggi persistono significativi differenziali territoriali.

L’analisi di lungo periodo rileva un incremento del valore della produzione della bioeconomia negli ultimi 11 anni specialmente per i settori dell’industria alimentare e delle bevande, dei servizi legati al ciclo idrico e della gestione dei rifiuti.

Il confronto europeo evidenzia come l’Italia si posizioni al terzo posto in termini assoluti sia per valore della produzione, dopo Germania e Francia, che per quanto concerne il numero degli occupati, dopo Polonia e Germania (Tabella 1). Nel settore agro-alimentare l’Italia, inoltre, è tra i leader europei con quasi 2 milioni di ettari di terreni destinati alle coltivazioni biologiche. Lo studio dei bilanci ha evidenziato che le imprese con certificazioni biologiche hanno registrato un incremento del fatturato pari al 46% tra il 2008 ed il 2018, quasi doppia rispetto al +25% delle imprese senza certificazioni.
In particolare, l’analisi della filiera agro-alimentare mette in evidenza come il modello italiano, basato su realtà più piccole e ben radicate nei territori e nelle tradizioni locali, sia stato in grado di esprimere una forte attenzione all’innovazione coniugata ad una crescente sensibilità ambientale.

Nel documento è presente anche il focus dedicato alle Start-up. In merito si rileva un incremento delle Start-up innovative attive nel campo della bioeconomia: 941 start-up censite, pari all’8,7% di quelle iscritte a fine febbraio 2020 al Registro Camerale, di cui il 50% è attivo nel settore della ricerca e dello sviluppo e il 21% in quello della filiera agro-alimentare.

Nel Rapporto, infine, si sottolinea come la bioeconomia rappresenta una parte rilevante del prodotto interno lordo (PIL) nazionale.

Conclusioni

L’attuale pandemia offre un momento di riflessione importante: la natura tutelata e preservata non rappresenta una minaccia per l’umanità in quanto solamente il capitale naturale destabilizzato e indebolito dalla perdita di biodiversità è in grado di determinare impatti sulla salute umana.
I problemi ambientali, infatti, devono convivere con le esigenze di sviluppo e di difesa ambientale. Infine, dall’analisi dei dati sopramenzionati si evince che investire nella natura significa anche investire in occupazione e in opportunità imprenditoriali a livello locale come, ad esempio, nei settori del ripristino della natura, dell’agricoltura multifunzionale e delle biotecnologie.

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E’ quella cinese una flotta per la pesca immensa con circa 160 mila unità tra paranze piccole, medie e barche d’altura e con decine di gigantesche navi fattoria, letteralmente fabbriche di cibo galleggianti che trasformano subito il pescato in confezioni da vendere nei mercati. Queste "brave persone ambientaliste" stanno arando nel vero senso della parola i fondali marini con reti che superano anche il Km di lunghezza.

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