Abbiamo finalmente un accordo sulla “transizione energetica”, ma per salvare il pianeta ci vorrebbe una vera “rivoluzione energetica”

Abbiamo finalmente un accordo sulla “transizione energetica”, ma per salvare il pianeta ci vorrebbe una vera “rivoluzione energetica”

a cura di Alfonso Navarra

Eccolo finalmente da Le Bourget di Parigi il famoso, storico, “sospirato” (dalla élite mediatica e politica), accordo sul clima. Quello che, a modesto parere del sottoscritto, ispirato dalle critiche di Hermann Sheer al “minimalismo organizzato” delle conferenze, e alle pretese di mercificazione dell’aria (con il sistema della compravendita dei crediti di inquinamento), anche se rispettato, ci rovinerà comunque.

Quello che consente di suonare le trombe della vittoria, a Hollande, a Ban Ki-moon, praticamente a tutti i capi di Stato, ma anche alle associazioni ambientaliste come WWF e Greenpeace, è l’obiettivo ufficialmente raggiunto dopo tredici giorni di negoziati: “l’aumento della temperatura sarà mantenuto BEN SOTTO I DUE GRADI“.
Ciò che è ufficiale, che sta davanti agli occhi di tutti, e quindi mi interessa come “problema da indagare”, da “anti-giornalista” che usa il cervello e non le gambe per inseguire i pettegolezzi di corridoio, è che si tratta non di LOTTA al riscaldamento climatico, ma di MITIGAZIONE E ADATTAMENTO. A riflettere bene su questa realtà palese si dovrebbe, a mio parere, capire meglio il senso delle cose.

All’inizio c’è la questione dei TAGLI delle emissioni di CO2 e delle quote in cui devono essere distribuiti; ma si parla anche di un futuribile percorso verso le EMISSIONI ZERO, per il quale viene fissato un orizzonte “nella seconda metà del secolo”, che però non stabilisce passaggi né scadenze precise.
Ma a ben vedere gli stessi tagli non hanno una scadenza di partenza. Quindi si rischia di rimanere fermi per anni, con obiettivi proclamati, ma non attuati, prima di iniziare davvero (forse) la cura alla “febbre del Pianeta”. Il buon senso comune non osserverebbe che il paziente, vale a dire l’ecosistema globale che ci permette di vivere, in questo modo potrebbe tirare le cuoia?

L’ipocrisia di fondo del circo mediatico-diplomatico della COP 21, con contorno, ripeto, delle grandi ONG accreditate a “spingere”, al sottoscritto appare evidente. Spiegatemi come si può conciliare la stabilizzazione del clima con il via libera alle trivelle nell’Artico e ovunque e con il mantenimento dei 500 miliardi di dollari anni per incentivare i combustibili fossili (di cui a Parigi non si fa quasi menzione)!
Questa la situazione in cui l’ambientalismo mediatico delle grandi ONG si inserisce con il + 1 (ad es. più soldi al Fondo per i Paesi in via di sviluppo) sostanzialmente all’interno degli stessi parametri: OXFAM, Greenpeace, WWF, etc., fatemi il piacere!

Non si coglie il principio di fondo: è il momento, questo, non della TRANSIZIONE, ma della RIVOLUZIONE energetica, che ciascun Paese può e deve (grazie alla pressione popolare) iniziare a percorrere da subito, senza stare ad aspettare gli altri, l’accordo di tutti, perché il 100% rinnovabili subito si basa (riprendo Hermann Sheer) su tre azioni semplicissime:
1) chiudere il rubinetto dei finanziamenti pubblici ai combustibili fossili (in Italia 15 miliardi di euro all’anno);
2) stabilire la priorità delle FER nel dispacciamento in rete;
3) garantire, con le municipalizzate e le aziende locali, l’infrastrutture adeguate.

Non servirebbe altro e misure come queste produrrebbero più trasformazioni di sistema di tutte le chiacchiere fatte fino ad oggi sull’abbattimento del capitalismo di rapina della natura ed il “superamento della logica del profitto”, magari con contorno di convinzioni più o meno dichiarate sull’inevitabile necessità di “ribellioni” popolari.

Molti “anticapitalisti” che non fanno l’analisi concreta della situazione concreta, che non si sforzano di esaminare, alla Luciano Gallino, ad esempio, come funzionano effettivamente le cose, sono i primi a credere alle favole che raccontano i veri “capitalisti”. Veramente credono che se l’ENI potesse fare più profitti con il “Sole” abbandonerebbe subito l’estrazione di gas e petrolio? Che esista un qualcosa che, sui grandi beni e servizi, possa chiamarsi “concorrenza economica sul libero mercato”?
E’ la favola a cui crede, per esempio, lo scienziato James Hansen, intervistato sul sito di Repubblica, che pure giudica l’accordo “una frode, un falso”. Ecco le sue motivazioni: <”E’ una sciocchezza dire: abbiamo l’obiettivo dei 2 gradi e cercheremo di fare un po’ meglio ogni 5 anni. Sono solo parole senza senso. Non c’è nessuna azione, solo promesse. Fino a che i carburanti fossili saranno i più economici, continueranno ad essere bruciati“>.
Quello che dimentichi, caro Hansen, è che i fossili sono economici in quanto spropositatamente sovvenzionati. E dimentichi anche di chiederti perché ciò si verifica. E’ un fatto casuale?
Gli anticapitalisti ideologici, come Hansen, insomma non si rendono conto che esiste un rapporto organico tra appoggio dello Stato, orientato dalla logica della potenza, e certe scelte economiche e tecniche, che devono essere coerenti con la realtà di una grande organizzazione economica che, anche grazie all’accesso alle casse dello Stato, concentra risorse e tecnologia.
L’ENI investirà come core business nel Sole solo se si troverà il modo, conservando il rapporto con l’élite burocratica di Stato, di recintarlo e di sfruttarlo con tecnologie molto complesse e non liberamente disponibili: il profitto (la differenza tra costi e ricavi, che tra l’altro si misura in valori monetari ed è quindi legato alla complessa tecnologia sociale e politica della moneta) da solo non c’entra un beneamato tubo!

Ma rientriamo nel merito di ciò di cui tutti parlano sui media.
L’accordo della COP 21 in questione è il primo firmato subito da 195 Paesi, e la presidenza francese, come ci tocca sentire, se ne fa un gran vanto.
Lo scoglio più duro che si è dovuto superare nella fase finale è stato quello della “differenziazione di responsabilità” tra Paesi ricchi e Paesi in via di sviluppo, con l’India in particolare a puntare platealmente i piedi (ma anche la Cina dietro le quinte).
A tirare la coperta dal punto di vista dell’”ambizione” degli obiettivi (il famoso tetto di 1,5°C di aumento al posto di 2°C) abbiamo trovato invece Stati come Nigeria, Grenada o l’arcipelago polinesiano di Palau – mobilitati attivamente per difendere “passaggi chiave” dell’accordo sulla tutela delle aree vulnerabili (in particolare quelle che i mari stanno per sommergere).
Sui temi più spinosi si sono trovate formule di compromesso, ad es. sui “loss and damages”, il supporto ai paesi “vulnerabili” per affrontare i cambiamenti “permanenti e irreversibili”, che vengono dati per scontati, visto che appunto ci si deve adattare al riscaldamento climatico, che, repetita iuvant, può solo essere contenuto, non evitato.
I climatologi fissano i 2° C come “linea rossa” da non superare per evitare un precipizio catastrofico (ed è dubbio che gli scienziati stessi sappiano bene cosa intendono con questa espressione). La realtà, stando ai loro stesi calcoli, è che il meccanismo di spinta d’inerzia dell’atmosfera, attivato dall’immissione di gas serra nell’aria, ci sta inevitabilmente portando comunque verso il superamento dei + 2° C. e, molti scienziati, prevedono che tra 50 anni supereremo addirittura i + 3/ 3,5° C: un disastro di grandi e forse irrimediabili proporzioni!
Mi fermo qui.

Ecco i punti principali dell’accordo finale della COP21 e della decisione che lo accompagna.
* RISCALDAMENTO GLOBALE – L’articolo 2 dell’accordo fissa l’obiettivo di restare “ben al di sotto dei 2 gradi rispetto ai livelli preindustriali”, con l’impegno a “portare avanti sforzi per limitare l’aumento di temperatura a 1,5 gradi”.
* OBIETTIVO A LUNGO TERMINE SULLE EMISSIONI – L’articolo 3 prevede che i Paesi “puntino a raggiungere il picco delle emissioni di gas serra il più presto possibile”, e proseguano “rapide riduzioni dopo quel momento” per arrivare a “un equilibrio tra le emissioni da attività umane e le rimozioni di gas serra nella seconda metà di questo secolo”.
* IMPEGNI NAZIONALI E REVISIONE – In base all’articolo 4, tutti i Paesi “dovranno preparare, comunicare e mantenere” degli impegni definiti a livello nazionale, con revisioni regolari che “rappresentino un progresso” rispetto agli impegni precedenti e “riflettano ambizioni più elevate possibile”. I paragrafi 23 e 24 della decisione sollecitano i Paesi che hanno presentato impegni al 2025 “a comunicare entro il 2020 un nuovo impegno, e a farlo poi regolarmente ogni 5 anni”, e chiedono a quelli che già hanno un impegno al 2030 di “comunicarlo o aggiornarlo entro il 2020″. La prima verifica dell’applicazione degli impegni è fissata al 2023, i cicli successivi saranno quinquennali.
* LOSS AND DAMAGE - L’accordo prevede un articolo specifico, l’8, dedicato ai fondi destinati ai Paesi vulnerabili per affrontare i cambiamenti irreversibili a cui non è possibile adattarsi, basato sul meccanismo sottoscritto durante la COP19, a Varsavia, che “potrebbe essere ampliato o rafforzato”. Il testo “riconosce l’importanza” di interventi per “incrementare la comprensione, l’azione e il supporto”, ma non può essere usato, precisa il paragrafo 115 della decisione, come “base per alcuna responsabilità giuridica o compensazione”.
* FINANZIAMENTI - L’articolo 9 chiede ai Paesi sviluppati di “fornire risorse finanziarie per assistere” quelli in via di sviluppo, “in continuazione dei loro obblighi attuali”. Più in dettaglio, il paragrafo 115 della decisione “sollecita fortemente” questi Paesi a stabilire “una road map concreta per raggiungere l’obiettivo di fornire insieme 100 miliardi di dollari l’anno da qui al 2020″, con l’impegno ad aumentare “in modo significativo i fondi per l’adattamento”.
* TRASPARENZA – L’articolo 13 stabilisce che, per “creare una fiducia reciproca” e “promuovere l’implementazione” è stabilito “un sistema di trasparenza ampliato, con elementi di flessibilità che tengano conto delle diverse capacità”.

(WWW.ANSA.IT per ulteriori e altre informazioni in merito).

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