AGRICOLTURA E SALUTE: IL CASO PESTICIDI

AGRICOLTURA E SALUTE: IL CASO PESTICIDI

INTERVISTA AL PROF. GIANNI TAMINO NELL’AMBITO DEL CONVEGNO ISDE, TENUTO IL 24 E 25 DI OTTOBRE AD AREZZO SUL TEMA
“ AGRICOLTURA E SALUTE: IL CASO PESTICIDI”

PER GENTILE CONCESSIONE DEL GRUPPO DI STUDIO AMBIENTE E SALUTE

Il PROF. GIANNI TAMINO ha ripreso il concetto di “guerra al vivente” nella sua relazione su: “LA PRODUZIONE E LA DISTRIBUZIONE DEL CIBO NEL MONDO”

c’è in atto una guerra [...] e in questo momento stiamo mettendo nelle mani di chi sta controllando la guerra al vivente il futuro dell’umanità. Attraverso rapporti commerciali si rinuncia alla sovranità degli Stati, a favore di una nuova sovranità delle multinazionali, che sono quelle che hanno iniziato la guerra al vivente, e noi stiamo creando delle condizioni per il futuro veramente pessime.

Il professor Tamino ci ricorda che questo disastro è iniziato poco più di 50 anni fa, quando è nata la rivoluzione verde, ovvero l’agricoltura attuale, industrializzata, che sta tentando di fare tabula rasa dell’agricoltura di un tempo. Allora si metteva la pianta giusta al posto giusto e le selezioni venivano fatte in funzione dell’ambiente e poi della produttività, utilizzando la biodiversità disponibile. Una cosa colossale che i biotecnologi moderni – quelli che vogliono fare gli OGM – si sognano.

Cosa ci dice il professor Tamino?

Che la biodiversità in natura è fondamentale, senza biodiversità non c’è evoluzione, non c’è futuro. La varietà genetica e le diverse combinazioni di geni delle piante conferiscono la capacità di resistere per esempio ai parassiti. E questo risultato lo si può ottenere attraverso l’antica selezione, o anche con i nuovi metodi di selezione che utilizzano la biodiversità esistente.

E invece, qual è lo scenario di oggi?

La cosa drammatica è che delle 120 specie di piante coltivate solo 3 specie (riso, mais, frumento) rappresentano il 50% dell’alimentazione umana. E chi controlla queste tre specie controlla l’umanità, ed è quello che stiamo mettendo nelle mani delle multinazionali.

Cosa è avvenuto con la rivoluzione industriale?

Con la rivoluzione industriale noi abbiamo applicato i processi produttivi umani di tipo lineare anche all’agricoltura. Da un processo produttivo naturale che utilizza l’energia solare seguendo un andamento ciclico, senza produzione di rifiuti e senza combustioni, siamo passati a un processo produttivo industriale di tipo lineare che brucia materia per ottenere energia, producendo inquinamento e rifiuti. In pratica trasformiamo sempre più velocemente materie prime in rifiuti non riciclati. Per non parlare dell’assurdo discorso delle biomasse usate per produrre energia e biocarburante: un’offesa alla logica stessa dell’agricoltura e alla gente che muore di fame.[...] Sul pianeta terra non manca l’energia, l’energia è in quantità enorme rispetto al fabbisogno se si misura la quantità di energia mandata dal sole.
Un vero attentato al vivente, e tutto, ci viene detto, in nome della produttività.

Ma quali sono le conseguenze dell’apparente aumento di produttività ed efficienza?

– Incompatibilità dei moderni metodi agricoli con gli ecosistemi naturali. Parliamo del ricorso a sostanze chimiche come fertilizzanti e pesticidi e all’impiego di macchinari sempre più sofisticati. Secondo la FAO, sono andati persi tre quarti della diversità genetica nelle colture agricole e un terzo negli animali da allevamento (delle 6300 razze animali, 1350 sono in via d’estinzione o già estinte);

– enorme aumento di consumi di energia (1 caloria di cibo necessita di 10 calorie di origine fossile) e di materia (pesticidi, fertilizzanti, combustibili per trasporti e irrigazioni).

– aumento della povertà e della fame nel mondo. Dal 1960, la rivoluzione verde ha aumentato di ben 3 volte la produzione di cereali nel mondo, ma per molte popolazioni la disponibilità di cibo è nettamente peggiorata, perché tutte quelle popolazioni che praticavano un’agricoltura di sussistenza, per conseguenza di guerre fatte sul posto e del fenomeno del land grabbing (accaparramento delle terre), sono state costrette ad abbandonare i villaggi e a trasferirsi ai margini delle città. Fino al 1960 la maggioranza dei paesi era autosufficiente nella produzione di alimenti per i propri popoli, tranne alcune regioni dell’Africa con grandi problemi climatici. Da 80 milioni di persone che morivano di fame nel 1960, si è passati a 870 milioni del 2013 (dati FAO), e questo nonostante gli OGM introdotti negli anni ’90 che dovevano sfamare il mondo!

– danno alla fertilità dei terreni nel 20% di tutta l’area coltivata. In diversi paesi dell’Africa e dell’America centrale il danno si estende al 70% dell’area coltivata;

– eventi come inondazioni, tempeste, cicloni ecc. fino al 1990 si susseguivano 20 volte all’anno, oggi 40 volte all’anno, danneggiando immense regioni agricole in tutto il mondo. Noi aggiungiamo quanto diffuso nelle ultime ore dall’ONU, ovvero che siamo arrivati quasi al punto di non ritorno a livello di gas serra (7 anni di studio da parte di 1.000 scienziati di tutto il mondo), e questo grazie al selvaggio uso di fonti fossili e alla deforestazione, mentre gli allarmi precoci venivano ignorati o sottovalutati: il primo allarme si è avuto nel 1896 (Late lessons from early warnings: science, precaution innovation, European Environment Agency, 2013).

– rischio derivante dall’utilizzo di biomasse (cippato, piante oleaginose, mais ed altri cereali) per usi energetici (centrali elettriche, biogas, biocombustibili). Negli Stati Uniti, nel 2009, 119 milioni di tonnellate di cereali dei 416 milioni prodotte sono state inviate alle distillerie di etanolo per produrre combustibili per le automobili (quantità sufficiente ad alimentare 350 milioni di persone all’anno);

- esaurirsi degli acquiferi con la conseguente riduzione dell’estensione delle aree irrigate in molte parti del mondo (uso su larga scala di pompe meccaniche per estrarre l’acqua sotterranea);

– danno derivante dagli allevamenti intensivi, ovvero:
* smodati consumi di carne in certe zone del pianeta (su una media di 100 grammi al giorno per persona c’è chi ne consuma 200/300 e chi ne consuma 10/20);
* aumento del consumo di carne, latte e uova nei paesi in via di sviluppo non ha precedenti;
* dal 1961, incremento del 60% del numero dei bovini;
* 20 miliardi di capi di bestiame occupano più del triplo dello spazio della popolazione umana;
* gli animali da allevamento non consumano erba, ma mangimi a base di cereali (e antibiotici). Il 40% dei cereali prodotti nel mondo serve a sfamare gli animali da carne, mentre molti uomini e bambini patiscono la fame;
* la carne sottrae foreste al mondo, visto che per ottenerne 1 kg ce ne vogliono 9 di mangimi;
* gran parte dei mangimi animali sono costituiti da mais e soia spesso transgeniche (OGM), e il 75% delle piante transgeniche resistono al diserbante prodotto dalla stessa multinazionale che brevetta e commercia l’OGM (vedi Roundup e Monsanto);
* di 24 ecosistemi in crisi sottoposti ad analisi, 15 sono dovuti all’allevamento intensivo;
* alto consumo di combustibile fossile: per 1 caloria di latte servono 36 calorie di combustibili fossili e per 1 caloria di carne 78 calorie di combustibili fossili;
* altissimo consumo d’acqua: una libbra di carne determina un consumo d’acqua superiore al consumo medio di un americano per le docce di tutto un anno.

CONCLUSIONI

– I carnivori stanno distruggendo la terra: non c’è cibo a sufficienza per tutti (FAO e Worldwatch Institute). Una dieta ricca di carne, non solo non ha futuro, ma rischia di provocare gravi carestie. Man mano che il petrolio e le fonti fossili diventeranno sempre più rare, e costeranno sempre di più, sarà più difficile utilizzare queste calorie, ma sarà anche sempre più caro il cibo e quindi andremo incontro a spaventose carestie in varie aree del pianeta. Ma anche un paese come l’Italia che ha scelto di produrre per l’esportazione e di importare il cibo da mangiare (gran parte del cibo nei supermercati è importato), rischia pesantemente. Dopodiché produciamo prosecco per esportarlo in tutto il mondo, produciamo mais per alimentare animali e impianti di biogas, ma la gran parte del cibo la importiamo.
Basta guardare la crisi dell’Argentina del 2001-2002, quando esportava carne e soia transgenica in Europa e negli Stati Uniti e i bambini morivano di fame. E questo pur essendo potenzialmente in grado di sfamare dieci volte tanto la sua popolazione.

– Il modello industriale dell’agricoltura non ha risolto la fame nel mondo.

– Ha danneggiato la fertilità dei terreni

– Ha ridotto la biodiversità

– Ha ridotto gli ecosistemi

– Con i cambiamenti climatici, il tutto rende problematica la produzione energetica del futuro (biomasse usate per carburanti)

Per concludere, l’incremento di produttività è a scapito di ampi consumi di energia, senza risultati concreti in termini di cibo utile a sfamare il pianeta. Una follia!

DISTRIBUZIONE DEL CIBO NEL MONDO

La distribuzione è l’altro punto gravissimo.
– I paesi del Sud del mondo sono costretti a produrre cibo per i paesi ricchi, a basso costo, a bassi salari, per essere poi costretti ad importare cibo per mangiare (un po’ come facciamo in Italia: è più quello che esportiamo e importiamo). Nel Sud del mondo producono cibo per noi (vedi supermercati) ma solo una parte va a buon fine:
1) una parte viene perso nella raccolta e una parte nel trasporto e nel viaggio
2) arriva nel supermercato
3) il supermercato ne deve comprare più di quanto ne venderà perché non può avere carenze, e quindi una parte viene persa al supermercato
4) il supermercato per non avere perdite ci invita a comprare “due per tre”
5) noi portiamo a casa più di quanto ci serve e buttiamo nella spazzatura tra il 25% e il 30%, pur mangiando il doppio del necessario.

Fatti tutti i conti, la metà del cibo prodotto all’origine viene perso. Questa è la distribuzione globalizzata.

L’agricoltura globalizzata e la distribuzione globalizzata hanno come effetto LO SPRECO DI CIBO E I RIFIUTI.

Ogni giorno in Italia finiscono nelle discariche 4.000 tonnellate di alimenti.

Per quanto riguarda i cereali c’è un altro aspetto deleterio, la FINANZIARIZZAZIONE attraverso i future: in certi posti si preferisce lasciar marcire i cereali, favorire una crescita del prezzo su scala planetaria, in modo che, avendo investito comperando con i future, il valore vada su producendo un profitto di tipo speculativo.

OBIETTIVI

Il nostro obiettivo deve essere quello della nostra SOVRANITÀ ALIMENTARE, soprattutto perché le sementi sono nelle mani di poche multinazionali, sia le sementi OGM ma anche quelle non OGM: la Monsanto controlla anche gran parte delle sementi dell’agricoltura biologica. Se non usciamo da questo vicolo cieco, non c’è sovranità alimentare. Quindi, bisognerà modificare sia il modo di produrre sia il modo di distribuire, ma anche individualmente il modo di mangiare, tornando a un’agricoltura contadina a conduzione familiare, di villaggio, di comunità, soprattutto nel Sud del mondo, ma anche al Nord dove c’è una domanda da parte dei giovani in questa direzione. Quindi:
– controllo della propria biodiversità
– gestione autonoma dei semi
– niente brevetti
– filiera corta, ovvero produzione di cibo per la propria comunità
– consumo di prodotti da agricoltura sostenibile come quella biologica
– consumo di prodotti prevalentemente vegetali
– uso di prodotti di stagione
– scambio dell’eccedenza anche con altre regioni
– e solo in quest’ottica, utilizzare prodotti equi e solidali. Perché non c’è prodotto equo e solidale se costringo qualcuno a produrre cibo per noi.

Peraltro, l’agricoltura biologica, contrariamente a quello che si pensa, non ha una diversa produttività se andiamo a farla bene: può avere una piccola riduzione, ampiamente compensata dal fatto che si produce su scala locale e che non ci sono sprechi. Ancora oggi la gran parte dell’umanità è sfamata dall’agricoltura di questo genere e non c’è futuro per il pianeta, per l’alimentazione del genere umano se non passiamo a un’agricoltura pensata per dare cibo alla gente, anzitutto nella realtà dove si produce, perché un’agricoltura industrializzata, finanziarizzata, non può portarci che al disastro.

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