Articolo di Gabriele La Malfa

Le stelle marine (classe Asteroidea) sono probabilmente, insieme ai ricci di mare (classe Echinodea), gli animali marini appartenente al phylum degli echinodermi più noti. Le specie oggi conosciute sono circa 2000, tutte di acqua salata. Esse popolano tutti i mari del mondo, da quelli polari a quelli tropicali.
La maggior parte delle stelle marine hanno una simmetria raggiante con cinque braccia (pentamera), tuttavia diverse specie arrivano a 10-15 braccia e la specie antartica Labidiaster annulatus ne conta addirittura 50. La tipica simmetria raggiante è secondaria, ossia deriva da un’originaria simmetria bilaterale, ben visibile nello stadio larvale.

La presenza di “primitivi occhi” nella parte apicale di ogni braccio è nota da diverso tempo agli scienziati, tuttavia solo di recente si sono fatti significativi passi avanti sulla comprensione di come questi organi permettano all’animale di percepire l’ambiente circostante. Recenti studi hanno dimostrato che gli asteroidei, malgrado siano privi di un vero e proprio sistema nervoso centrale, riescono ad utilizzare questi organi sensoriali in modo piuttosto efficiente ed articolato.

Inizialmente si credeva che gli occhi delle stelle marine fossero esclusivamente sensibili alla luce, quindi utili solo per distinguere le zone raggiunte dalla luce da quelle in ombra, invece si è scoperto che consentono all’animale di distinguere anche le forme, sebbene con un dettaglio molto basso rispetto ad organismi più evoluti (il corrispondente di una risoluzione di circa 200 pixel).
Quantificando, le stelle marine sono in grado di distinguere le forme ed utilizzarle per orientarsi sino alla distanza di circa 1 metro. Infatti, in vari esperimenti, poste a circa un metro dalla barriera corallina (l’habitat caratteristico per la maggior parte delle specie tropicali), sono state sempre in grado di muoversi e ritornare indietro, diversamente, a distanze superiori, hanno cominciato a vagare a caso, senza una meta precisa. In tutto questo la luce gioca un ruolo fondamentale, si è constatato che in sua assenza l’animale ha difficolta ad orientarsi indipendentemente dalla distanza.

Tutte le stelle marine possono riprodursi sia per via sessuale, in questo caso si ha il completo ciclo vitale che va dalla fase larvale planctonica fino alla fase adulta bentonica, che per via asessuale, più precisamente per frammentazione (dal distacco di un pezzo dell’organismo, generalmente un braccio, si può originare un clone dell’esemplare originario).

Malgrado l’apparenza mite, le stelle marine sono attivi predatori (tra i più voraci dei fondali marini), possono ingoiare piccole prede intere e, in alcuni casi, addirittura rovesciare lo stomaco all’esterno della bocca per far aderire animali di grandi dimensioni e digerirli esternamente. In linea generale la dieta tipo comprende piccoli crostacei e molluschi.

Linckia laevigata

Molti degli studi sulle “capacità visive” delle stelle marine sono stati fatti prendendo in esame la Linckia laevigata (foto sopra), una specie tropicale dal tipico colore azzurro vivo che abita le barriere coralline.

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