a cura di Alberto Barlocci (fonte:“CITTA NUOVA”)

Ai Caraibi le acque del mare si elevano a un ritmo sempre maggiore, ultimamente quasi triplicato. Il migliaio di abitanti dovrà emigrare in continente.

Non ci si sofferma sufficientemente sul fatto che sono i Paesi poveri o in via di sviluppo quelli che dovranno sopportare il maggiore costo relativo agli effetti del cambiamento climatico in corso.
Se per gli Usa o il Giappone la perdita del 10% del raccolto suppone un problema serio, ma affrontabile con relativa facilità con le risorse che dispongono, per il Bangladesh o per l’Etiopia un tale calo è una mazzata terribile. Con, inoltre, la percezione chiara che si tratta di effetti non di certo provocati da loro.

Pertanto, mentre alla “Casa Bianca” si fanno sberleffi alle anomalie climatiche, nelle regioni del pianeta più vulnerabili a tal mutazioni si comincia a stare in ansia… e a ragione. Una di tali zone è l’America Centrale ed i Caraibi in particolare, regione tra le più esposte a questi effetti: uragani, piogge intense ma anche siccità ed elevazione dei mari.

Ne sa qualcosa lo scarso migliaio di abitanti dell’isola Cartí Sugdupu, parte dell’arcipelago San Blas e del territorio indigeno Guna Yala, appartenente a Panama. I suoi abitanti, di etnia guna, vi giunsero circa due secoli fa provenienti dalla selva colombiana, quando ancora non si parlava di Stati indipendenti nella regione. Si spinsero fino all’arcipelago per evitare i loro nemici, i catíos, ma anche i maltrattamenti inflitti dai conquistadores.
Con appena mezzo metro sul livello del mare, a due chilometri dalla costa di questo Paese-istmo, l’isola ha sempre sopportato le conseguenze delle tormente provocate dagli alisei. Ma oggi gli abitanti constatano che l’acqua penetra sempre di più nella terraferma. Non solo, ma i venti arrivano sempre prima e soffiano con maggiore intensità. L’anno scorso però buona parte dell’isola, conosciuta anche come Isola del granchio, è rimasta sommersa dalle acque formando una fastidiosa melma fangosa. Una situazione che si combina con le temperature normalmente elevate e con un alto tasso di umidità. Siamo ben vicini all’equatore.

Tra gli anni Cinquanta e Ottanta, gli studiosi rilevarono che il mare si elevava ad un ritmo di 2,5 millimetri l’anno. Ma dal 2012 il ritmo di elevazione è cresciuto al di sopra dei 6 millimetri annuali ed alla fine di questo secolo alcuni studi segnalano che crescerà 10 millimetri l’anno. L’effetto va collegato allo scioglimento dei ghiacci polari che riversano milioni di metri cubici di acqua negli oceani. I mari dei Caraibi si sono elevati di 20/25 centimetri negli ultimi 70 anni.
Il che significa che per isole come Cartí Sugdupu, di questo passo, il destino è quello di restare sotto il mare e la sua popolazione dovrà andare a vivere sul continente. Una decisione che forse andrà presa prima del previsto, nei prossimi quattro o sei anni. Nel frattempo, lo spazio disponibile diminuisce e si vive ognuno a ridosso dell’altro.

Ma la situazione di Cartí Sugdupu è appena un’allerta per la comunità internazionale: sono a rischio non solo le isole poco al di sopra del livello del mare, ma in continente le zone costiere dove, in genere, ci sono le terre più fertili. I Paesi dell’America Centrale non dispongono di risorse per far fronte a tali effetti. Un aspetto che presto o tardi il diritto internazionale dovrà analizzare. Nel frattempo, invece che perdere tempo in guerre commerciali senza senso, dovremmo concentrarci ad affrontare insieme la vera sfida alla nostra civiltà.

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