fonte G.R.E. Lazio

L’attuale sistema economico globale è sostanzialmente fondato sulla produzione di inquinamento

Seppure nel complesso la qualità dell’aria nelle megalopoli non è migliorata (a causa del ruolo delle industrie ad alta intensità energetica e del trasporto merci), la quarantena o lo stop produttivo immediatamente successivi alle feste del capodanno cinese sono stati sufficiente per ottenere la riduzione di oltre 100 milioni di tonnellate metriche di emissioni di anidride carbonica, quantità compresa tra il 15% e il 40%, con la conseguente diminuzione di circa un quarto, o più, delle emissioni di CO2 del paese in solo 2 settimane!
Inoltre un secondo studio ha altresì evidenziato nel medesimo periodo di osservazione un crollo del 36% delle emissioni di diossido di azoto (NO2), un sottoprodotto della combustione di combustibili fossili nei veicoli e nelle centrali elettriche, grazie alla forte riduzione del traffico. Per di più si è pressoché azzerato del consumo quotidiano di carbone, il combustibile fossile più inquinante.

Le emissioni inquinanti in Cina – fonte Bloomberg

Le epidemie in Cina non sono una novità, anzi. Ma, rispetto al passato, le megalopoli hanno amplificato l’area del contagio e, come sottolineato anche da Ilaria Capua, virologa di fama internazionale ed ora all’Università della Florida, la globalizzazione l’ha estesa a tutto il pianeta, generando l’immenso effetto domino sotto gli occhi di tutti, a livello sociale e soprattutto economico: «Questa epidemia ha messo in luce come in questo mondo siamo tutti interconnessi». Una megalopoli è un aggregato di aree metropolitane più o meno vicine, che insieme costituiscono però un polo regionale integrato, anche se sono separate da “buchi” e aree non urbanizzate o agricole. Con le dovute proporzioni rispetto alla Cina, una megalopoli italiana potrebbe essere l’insieme Milano-Torino. Piaccia o meno, è un dato di fatto con cui fare i conti.

Distribuzione geografica dei casi di COVID-19 (al 29 febbraio 2020) – fonte ECDC

Nell’era della connessione continua, «lo Smart Working non può essere la soluzione per “bloccare” l’epidemia ma, con l’impegno di tutti, può rappresentare una misura per ridurre rischi, attenuare disagi e contenere gli enormi danni economici e sociali che questa emergenza rischia di causare», come ha dichiarato Mariano Corso, responsabile scientifico dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano. Mentre in Cina, cercando di arginare l’arresto della propria economia, è stato avviato il più grande maxiesperimento di smart working, anche in Italia, con l’approvazione d’urgenza del decreto attuativo del 23 febbraio 2020 n.6, il lavoro agile sarà applicabile da subito anche senza un accordo preventivo con i dipendenti (così come invece richiede il Jobs Act). E lo Smart Working, oltre a convenire all’apparato produttivo perché favorisce la produttività individuale e la continuità operativa dell’utente (e quindi del business), giova ai lavoratori (che hanno una maggiore flessibilità e autonomia nella scelta degli spazi, degli orari di lavoro e degli strumenti da utilizzare per svolgere le proprie attività lavorative) e ancor più all’ambiente (meno mobilità = meno inquinamento).

L’epidemia di COVID-19 non è una pandemia

L’epidemia di COVID-19 non è una pandemia, ma la cattiva informazione (soprattutto su social e tv generaliste), e probabilmente la mancanza di strumenti cognitivi idonei in larghe fette della popolazione, hanno fatto scatenare una vera e propria psicosi nella popolazione. Eppure in Italia ogni anno l’inquinamento dell’aria è ritenuto concausa di 76.200 vittime (8 milioni di decessi l’anno nel mondo), il cancro del polmone uccide 40 persone al giorno (e tuttavia in Italia rimangono 12 milioni di fumatori), mentre l’influenza stagionale ha mietuto 68.068 vittime tra il 2013 e il 2017 (400 mila persone all’anno nel mondo). Gli epidemiologi ritengono che il coronavirus si fermerà solo quando ogni persona infetterà meno di una persona a sua volta (per ora il tasso di riproduzione sta calando in modo evidente solo in Cina); né è ancora certo se sia maggiormente legato al freddo e che con il caldo scomparirà (come avvenne nel caso della SARS, scoppiata alla fine del 2002 ed estintasi nel luglio del 2003): «è possibile che la diffusione del coronavirus sia legata anche a fattori ambientali – ha ammesso Guido Silvestri, direttore del dipartimento di Patologia alla Emory University di Atlanta – non ci spieghiamo il fatto che nazioni popolose, con legami intensi con la Cina, siano prive o quasi di contagi. Penso a Indonesia, India, Thailandia, Bangladesh, Africa. Forse la temperatura gioca un ruolo nel limitare l’epidemia». Tuttavia è certo che il caldo frenerà raffreddore e influenza stagionale rendendo non necessaria una diagnosi differenziale. Il coronavirus non è molto più pericoloso dell’influenza, ma è molto più infettivo: pur in mancanza di dati certi riguardo la potenzialità di persone che esso può infettare, potenzialmente potrebbe colpire fino al 60-80% della popolazione se non vengono prese misure per contenerlo. Su queste stime, un’infettività potenziale del 60% potrebbe significare finanche 30 milioni di italiani contagiati, di cui la stragrande maggioranza inconsapevoli ma con un 5-6% di pazienti critici in 60 giorni: quindi circa 300.000 persone da porre in terapia intensiva a fronte dei 4.000 posti letto di cui dispone il nostro Sistema Sanitario, che pertanto rischierebbe di collassare. Per questo, nonostante la letalità del coronavirus sia bassissima, la quarantena è fondamentale per graduare la velocità di contagio.

L’influenza spagnola di inizio XX secolo

L’influenza spagnola fu una pandemia influenzale insolitamente mortale, che fra il 1918 e il 1920 uccise oltre 100 milioni di persone nel mondo (circa il 5% della popolazione mondiale dell’epoca).
I virus sono patogeni obbligati: non vivono senza le cellule animali e sono naturalmente predisposti a cercare sempre nuovi ospiti. Ma i cambiamenti climatici determinano, proprio come una reazione a catena, una serie di effetti collaterali sui fattori biologici: la migrazione di animali, l’adattamento a climi differenti, il successivo adattamento dei patogeni e, di conseguenza, la loro maggiore diffusione territoriale. «Le variazioni di pioggia e umidità, il riscaldamento, cambiano le interazioni tra le diverse componenti biologiche. Una prova è proprio il coronavirus, che ha fatto un salto di specie, passando dal pipistrello a noi, come per altro hanno fatto anche altre affezioni», spiega il dottor Giuseppe Miserotti di ISDE (Associazione medici per l’ambiente). Ed infatti l’OMS ritiene che una delle più grandi conseguenze del cambiamento climatico sarà proprio l’alterazione dei processi di trasmissione di malattie infettive, anche perché la distruzione della biodiversità sta spazzando via il miglior sistema di controllo reciproco tra le diverse dimensioni biologiche!

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E’ quella cinese una flotta per la pesca immensa con circa 160 mila unità tra paranze piccole, medie e barche d’altura e con decine di gigantesche navi fattoria, letteralmente fabbriche di cibo galleggianti che trasformano subito il pescato in confezioni da vendere nei mercati. Queste "brave persone ambientaliste" stanno arando nel vero senso della parola i fondali marini con reti che superano anche il Km di lunghezza.

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