a cura di Daniela Rosellini (Fonte: La Repubblica)

Metà zebra, metà cavallo. Le strisce meno definite rispetto al quadrupede africano che tutti conosciamo, e circoscritte al capo, al collo, e alla parte anteriore del corpo. Il dorso, invece, di una tonalità uniforme beige-marroncina. Era il quagga, equide ufficialmente estinto dal suo habitat australe nel 1878. L’ultimo esemplare in cattività era deceduto cinque anni dopo nello zoo di Amsterdam.

L’idea di riportare in vita il quagga (Equus quagga quagga) risale agli anni Cinquanta. Alla sua origine, un sospetto, poi confermato scientificamente, e una certezza:

il primo induceva a ritenere che il quagga altro non fosse che una sottospecie della zebra, il cui mantello si era progressivamente differenziato per ragioni di adattamento al particolare ambiente in cui era vissuto – si stima tra 300 e 100 mila anni or sono;

la seconda riguardava le motivazioni della scomparsa dell’equide: se è infatti vero che la reintroduzione di una specie vivente è destinata a fallire quando le ragioni dell’estinzione sono di tipo ambientale, il discorso cambia quando la colpa è dell’uomo.

Nel caso del quagga, la progressiva decimazione sino all’annientamento altro non sono stati che la conseguenza della caccia selvaggia a cui è stato sottoposto – al pari della zebra, ma con numeri e habitat molto inferiori. Da qui, l’idea di intraprendere il cammino inverso, partendo dall’analisi del DNA ricavato dal pelo degli esemplari custoditi nei musei, per poi andare a cercare sul territorio i soggetti il cui genoma fosse il più vicino possibile alla specie estinta.

Nulla a che vedere, dunque, con clonazione o altre pratiche al limite del lecito. Semplicemente, le attuali conoscenze di genetica hanno permesso di accertare che il quagga altro non era che una sottospecie della zebra. A quel punto, non è stato troppo difficile rinvenire, nei branchi di zebre che vivevano nella zona del Sudafrica, dove il quagga era diffuso fino alla metà dell’Ottocento, alcuni esemplari con le strisce meno definite, individuare i geni “responsabili” della colorazione più tenue del mantello e procedere ad un allevamento mirato, non dissimile dalle selezioni delle razze canine.

Perciò ora un gruppo di studiosi e appassionati di fauna africana lo ha ricreato, ed è possibile ammirarlo in una fattoria situata ad una settantina di chilometri da Cape Town, in Sudafrica. Il progetto ha preso il via nella seconda metà degli anni Ottanta, per mano dello studioso Reinhold Rau e, dopo 5 generazioni di incroci, i primi esemplari di zebre a metà, hanno cominciato a nascere, a partire dal 2005, da capostipiti scelti nel parco nazionale di Etosha, in Namibia. Oggi si contano sei “Rau Quagga” in una proprietà che ospita in tutto un centinaio di equidi.

“In un’epoca in cui sembra già un’impresa conservare quelle ancora esistenti, che senso ha riportare in vita una specie estinta?” qualcuno può domandarsi. Ma i promotori del progetto, sono convinti di aver fatto “qualcosa che andava tentato, per riportare in vita una specie“, anche se non negano che gli esemplari ospitati nella fattoria Elandfontain Farm, nella Riebeeck Valley, possano avere un genoma diverso da quello del quagga (da cui il nome Rau Quagga), ma L’obiettivo è di riuscire a selezionare almeno 50 Rau Quagga e, a quel punto, metterli a vivere in una riserva tutta per loro.

Quagga

Esemplare imbalsamato di quagga conservato al Naturhistorisches Museum di Basilea.

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