a cura di Gabriele La Malfa

L’estinzione di una specie animale è un processo “naturale” ed inevitabile, nessuna specie (uomo compreso) può sfuggire a questa indiscutibile verità. Non a caso, facendo un ipotetico elenco di tutte le specie animali comparse nei vari periodi geologici sulla Terra, il numero delle specie scomparse surclassa di molto quello delle specie oggi esistenti.

Le cause di estinzione di una specie (qui si parla di animali, ma il discorso potrebbe essere esteso a tutti gli esseri viventi) possono essere varie, tuttavia le principali sono tendenzialmente due:
un mutamento improvviso dell’ambiente, tale che gli esemplari della specie non riescono ad adattarsi;
la comparsa di una nuova specie concorrente (per le risorse alimentari) o predatrice.

Di ugual numero, ossia due, sono anche i principali “campanelli d’allarme”, che preannunciano il rischio estinzione di una specie:
la diminuzione dello spazio vitale, ovvero dell’habitat che la specie occupa, sia come estensione che come numero di siti;
la diminuzione del numero totale di esemplari della specie stessa. In genere la soglia limite si assesta su una popolazione complessiva di 5.000 individui.

Quindi l’estinzione, intesa come la fine di uno specifico gruppo di organismi, è inevitabile. Tuttavia, ormai da vari secoli e in maniere sempre più crescente, l’uomo con la sua attività diretta o indiretta (vedi caccia, distruzione degli habitat, introduzioni di specie alloctone e cambiamenti climatici indotti) si è andato sovrapponendo ai normali processi naturali, incrementando i normali tassi di estinzione fino a cento volte, se non mille in alcuni casi!

Di seguito sono riportate alcune specie animali estinte a causa della sconsiderata attività umana:

Alca impenne (Pinguinus impennis): chiamato anche pinguino del polo nord, è stato un uccello appartenente alla famiglia degli alcidi, incapace di volare, goffo sulla terraferma, ma abile nuotatore.
Originariamente aveva un areale piuttosto ampio nelle fredde acque litoranee del Nord Atlantico, lungo le coste del Canada, degli Stati Uniti nord-orientali, della Norvegia, della Groenlandia, dell’Islanda, dell’Irlanda, della Gran Bretagna, della Francia e della Spagna settentrionale.
Attorno alla metà del XVI secolo, il massiccio sfruttamento per il loro piumino (utilizzato per fabbricare cuscini), portò la quasi totale scomparsa delle colonie riproduttive lungo il lato europeo dell’Atlantico.
Sul lato nordamericano, inizialmente venne “preferito” il piumino di edredone, ma dopo la quasi totale scomparsa di quest’ultimo, verso la fine del XVIII secolo, i raccoglitori di piumino iniziarono a rivolgere le proprie attenzioni alla povera alca.
Alla caccia per il piumino si aggiunse quella per le sue carni, usate sia come alimento che come esca per i pesci.
L’ultima colonia nota di alche impenni visse sull’isola di Geirfuglasker al largo dell’Islanda. Un’isoletta vulcanica circondato da falesie che la rendevano, fortunatamente, inaccessibile agli esseri umani. Purtroppo nel 1830 si inabissò a seguito di un’eruzione vulcanica, e gli uccelli si trasferirono sulla vicina isola di Eldey. La loro nuova dimora, non più proibitiva per gli uomini, ne decretò l’inevitabile fine. L’ultima coppia venne uccisa il 3 giugno del 1844, su richiesta di un mercante in cerca di esemplari da impagliare per un museo!

L’alca impenne, durante la sua esistenza, non è mai stata osservata e descritta da scienziati moderni.
Tutto quello che sappiamo lo dobbiamo ai resoconti di osservatori inesperti. Per tale motivo la componente etologica (il suo comportamento) non è ben conosciuta ed è di difficile ricostruzione.
Malgrado ciò possiamo ricavare delle informazioni utili osservando e studiando una sua parente stretta ancora in vita, la gazza marina (Alca torda), e analizzando i tessuti molli giunti fino a noi tramite gli esemplari conservati nei musei.

Dodo (Raphus cucullatus): uccello columbiforme incapace di volare, che si nutriva di frutta e nidificava a terra, endemico dell’isola di Mauritius (isola dell’oceano Indiano ad est del Madagascar).
L’estinzione del dodo, a causa dell’uomo, avvenne alla fine del XVII secolo, non tanto per la caccia diretta (le sue carni non avevano un buon sapore) quanto per la distruzione del suo habitat naturale e per l’introduzione di specie allocatone antagoniste e predatrici (maiali, ratti, cani, gatti e scimmie).

Pesante (fino 25-30 kg) e piuttosto impacciato, il dodo era facile preda delle specie carnivore alloctone introdotte dall’uomo.

Tilacino (Thylacinus cynocephalus): conosciuto anche col nome di lupo marsupiale o tigre della tasmania, è stato il più grande marsupiale carnivoro conosciuto (parlando di tempi storici), nonché il predatore oceaniano di maggiori dimensioni in assoluto fino a circa 3500 anni fa (periodo stimato di arrivo del dingo in Australia).
Il suo areale originario comprendeva buona parte dell’Australia, la Tasmania e la Nuova Guinea.
Quando arrivarono i primi coloni europei (seconda metà del XVIII secolo) probabilmente il tilacino era già scomparso dall’Australia continentale, principalmente a causa della competizione interspecifica del dingo, ma comunque sopravviveva con una buona popolazione in Tasmania. Purtroppo, similmente al lupo in Europa, venne visto e considerato nocivo dagli allevamenti di bestiame europei, che lo cacciarono aspramente. La caccia, l’alterazione antropica del suo habitat e la competizione con altre specie, portarono il tilacino all’estinzione nel 1936, ironia della sorte, lo stesso anno in cui la specie venne dichiarata protetta dal governo australiano!

Nella foto un esemplare impagliato nel Museo di storia naturale di Oslo.

Il Tilacino a livello morfologico richiama molto i canidi, specialmente nella conformazione del cranio. In realtà molte delle similitudini sono il risultato di una convergenza evolutiva e non di un’effettiva stretta parentela genetica, l’ultimo antenato in comune fra canidi e tilacinidi si stima risalga a circa 160 milioni di anni fa.

Moa gigante (Dinornis robustus): probabilmente uno degli uccelli più grandi mai esistiti (raggiungeva i 3,6 metri di altezza e i 250-270 Kg di peso), endemico delle isole della Nuova Zelanda.
In questo caso non furono i coloni del vecchio continente a decretarne la fine, ma i coloni polinesiani, circa 300 anni prima dell’arrivo degli europei.
I moa giganti, presenti con una popolazione stabile da circa 40 mila anni, dopo l’arrivo dell’uomo, furono cacciati pesantemente e nel giro di poche centinaia di anni si estinsero (gli ultimi esemplari scomparvero intorno al 1500 d.C.).

Nella foto lo scheletro completo di un moa gigante (Dinornis robustus).

I moa (genere Dinornis, oggi completamente estinto) sono gli unici uccelli di cui si ha conoscenza a non presentare nessun abbozzo di ali, neanche in forma vestigiale.
C’era un forte dimorfismo sessuale in favore delle femmine, che potevano arrivare ad essere alte una volta e mezza i maschi e a pesare fino al 280% in più. Causa di questo accentuato dimorfismo fu un’iniziale errata classificazione di alcuni esemplari, catalogati come specie differenti e invece poi risultati i maschi e le femmine di una sola specie.

Quagga (Equus quagga quagga): sottospecie estinta della zebra comune, endemica del Sud Africa. Si distingueva facilmente da tutte le altre zebre poiché aveva le caratteristiche strisce nere solamente nella parte anteriore del corpo.
Purtroppo per lui, il quappa aveva carni gradevoli e pelle buona da conciare, motivi per cui fu cacciato indiscriminatamente dai primi coloni olandesi e, in seguito, dagli Afrikaner. Alla caccia si sovrappose anche la competizione per il pascolo dovuta al bestiame introdotto dai coloni.
A metà del XIX secolo il quagga era scomparso da quasi tutto il suo habitat naturale, l’ultimo esemplare selvatico di cui si ha testimonianza venne abbattuto nel 1878.

Una vecchia foto di repertorio (1870) relativa ad un esemplare femmina presso lo Zoo di Londra. Uno degli ultimi esemplari in vita di questa sottospecie.

Ritina di Steller (Hydrodamalis gigas): conosciuto col nome comune di “vacca di mare”, è stato uno dei mammiferi marini erbivori di più grossa taglia, nonché il rappresentante più grande in assoluto dell’ordine dei sirenidi (fino a 8 metri di lunghezza e 8-9 tonnellate di peso).
Come specie fu scoperta dall’uomo in tempi recenti, più precisamente nel 1741 dai naufraghi della spedizione di V. J. Bering, che approdarono su una piccola isola dell’arcipelago delle isole del Commodoro (Mare di Bering).
Appena si diffuse la notizia della scoperta di nuove isole nel mare di Bering, numerosi cacciatori di pellicce partirono alla loro volta in cerca di fortuna. Le ritine di Steller erano animali inermi facili da catturare, fattore che ne causò una drastica diminuzione in poco tempo.
I cacciatori, dopo essersi portati in mezzo ad un branco intento a pascolare nell’acqua bassa, conficcavano un arpione nelle carni di un animale, lo trascinavano sulla riva e lo lasciavano abbandonato fino a che la perdita di sangue non lo stremava, a questo punto lo finivano a colpi di pugnale. Nel caso di esemplari maschi, se la femmina e il piccolo lo seguivano, nel tentativo di soccorrerlo, venivano anch’essi uccisi.
Ridotti ad un’esigua popolazione dopo un solo decennio, si stima che l’ultimo esemplare della specie sia stato abbattuto nel 1768.

 

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