Funghi e bioindicazione (ottava parte)

Funghi e bioindicazione (ottava parte)

di Carmine Siniscalco
Referente Nazionale per la Micotossicologia dell’Associazione Micologica Bresadola (AMB)

((prima parte – seconda parte – terza parte
quarta parte – quinta parte – sesta parte – settima parte))

I funghi micorrizici come indicatori degli aspetti fitopatologici

Per quanto riguarda gli aspetti strettamente patologici sia le ectomicorrize che le endomicorrize costituiscono una barriera fisica alla penetrazione di parassiti nell’apice radicale delle piante e modificano qualitativamente e quantitativamente i metaboliti vegetali emessi dalle rizosfere. Inoltre esse generalmente producono anche dei composti antibiotici che rappresentano una barriera tossica nei confronti di molti microrganismi del terreno. La conoscenza di questi prodotti del metabolismo micorrizogeno e dei loro meccanismi d’azione garantiscono per il futuro numerose chiavi di bioindicazione tenuto conto che, ad esempio, l’apparato radicale di una pianta adulta di un ecosistema forestale, normalmente, può essere micorrizata contemporaneamente da 30 a 50 specie fungine diverse ciascuna in grado di esprimere al meglio le proprie potenzialità soltanto in determinate condizioni ecologiche, fenologiche, pedologiche e microclimatiche. Queste nuove risorse della bioindicazione permettono di affermare con certezza che micorrize in piena attività con produzione di corpi fruttiferi permettono di monitorare anche i loro benefici effetti sulle piante ospiti, per cui, ad esempio, Rhizopogon vinicolor A.H Sm. conferisce maggiore resistenza alla siccità a plantule di Pseudotsuga menziesii (Mirbel.) Franco, mentre Laccaria laccata (Scop.) Cooke mostra maggiore resilienza rispetto ad Hebeloma crustuliniforme (Bull.) Quél. mantenendosi vitale molto più a lungo sulle radici delle stesse plantule tagliate. H. crustuliniforme mostra una maggiore efficacia nel mobilizzare azoto da sostanze proteiche in Betula pendula Roth rispetto ad Amanita muscaria (L.) Lam. e a Paxillus involutus (Batsch) Fr.

Hebeloma crustuliniforme

Hebeloma crustuliniforme (Bull.) Quèl. (Foto:Archivio AMB – CSM)

Le comunità micorriziche presentano una grande complessità e l’elevato numero di fattori diversi influenza in vario modo le loro dinamiche di azione per cui non è possibile parlare di un singolo effetto micorrizico ma di più effetti associati. Come esempio si può citare una sindrome delle piante molto complessa che viene riportata con il termine generico di “deperimento”. Negli ultimi anni questo aspetto patologico viene interpretato e valutato con criteri diversi rispetto al passato grazie ai recenti studi compiuti sulle comunità micorriziche. Molte ricerche hanno dimostrato che le radici assorbenti di alberi deperenti spesso mostrano significative variazioni nella composizione della comunità micorrizica.

Amanita muscaria (L.) Lam. (Foto: Archvio AMB - CSM)

Amanita muscaria (L.) Lam. (Foto: Archvio AMB – CSM)

Paxillus involutus

Paxillus involutus (Basch.) Fr. (Foto: Archivio AMB – CSM)

Come già detto i sintomi di deperimento spesso sono stati osservati con maggiore intensità in condizioni di prolungata carenza idrica o di salinità dell’acqua di falda, dimostrando che tali fattori ambientali possano più di altri assumere un ruolo importante nel predisporre il deperimento dei genotipi vegetali meno resistenti. In questi casi è stato osservato che la frequenza di alcune ectomicorrize è associata alla salute delle piante dimostrando la possibilità di caratterizzare anche a livello preventivo la presenza e l’intensità del deperimento mediante parametri ipogei oggettivi.
È stato dimostrato, infatti, che l’albero deperisce gradualmente perdendo progressivamente la capacità di selezionare i simbionti micorrizici più efficienti, lasciando che essi vengano sostituiti da altri più adatti alle mutate condizioni ambientali. La frequenza relativa della comunità delle ectomicorrize più frequenti varia significativamente tra le piante sane e quelle poco e/o molto deperenti permettendo di identificare tale comunità come un valido bioindicatore della presenza e del grado di deperimento. Molto presto anche le fenomenologie dovute sia a danni più o meno naturali come i processi di desertificazione, sia ai danni antropici come: tagli ripetuti ed errati, incendi dolosi, sversamento ed interramento di liquami, scorie industriali ecc.; verranno denunciate, messe a nudo ed identificate dalla presenza, frequenza e mutate attività fisiologiche delle comunità micorriziche degli ecosistemi terrestri.

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