Funghi e bioindicazione (settima parte)

Funghi e bioindicazione (settima parte)

di Carmine Siniscalco
Referente Nazionale per la Micotossicologia dell’Associazione Micologica Bresadola (AMB)

((prima parte – seconda parte – terza parte
quarta parte – quinta parte – sesta parte))

I funghi micorrizici come indicatori della qualità e della salute degli ecosistemi terrestri

Come già detto in precedenza la simbiosi micorrizica è quella che si realizza nell’intima unione tra le ife fungine e le porzioni terminali dell’apparato radicale delle piante. Il fenomeno della micorrizia è molto diffuso negli ecosistemi terrestri tanto che si può ritenere che la maggior parte dei vegetali superiori, comprese tutte le forme coltivate, siano interessati da questo fenomeno, la cui importanza è rilevantissima perché è alla base dei meccanismi di assunzione degli alimenti da parte delle piante. I principali tipi di micorrize sono due: le “ectomicorrize” e le “endomicorrize”.

Nelle ectomicorrize le ife fungine rivestono in forma di manicotto o mantello l’intero apice radicale formando la così detta “micoclena”. Dalla parte più interna di quest’ultima partono delle ife che si accrescono tra le cellule del primo strato corticale della radice permettendo così la creazione di aree di esteso contatto dove avvengono ottimali scambi nutrizionali. Le ectomicorrize sono realizzate da numerosi “Basidiomiceti” ed “Ascomiceti” i cui corpi fruttiferi “sporofori” si rinvengono, durante i periodi favorevoli di nascita, negli ecosistemi terrestri.

ectomicorrize

Nelle endomicorrize l’apice radicale non presenta un mantello fungino ma solo un tenue e labile sviluppo di micelio esterno che si diffonde in maniera appariscente nel suolo circostante mentre si assiste ad una penetrazione ifale “inter” ed “intra” cellulare.

endomicorrize

L’ifa una volta introdottasi all’interno delle cellule radicali forma delle strutture “arbuscolari” caratterizzate da minute e ripetute ramificazioni con dei rigonfiamenti ifali che prendono il nome di “vescicole” o “gomitoli miceliari”. Tipiche sono le endomicorrize delle Graminaceae e di moltissimi altri raggruppamenti vegetali.

Nelle simbiosi micorriziche gli scambi nutrizionali tra i funghi coinvolti e le piante ospiti manifestano il loro effetto positivo sul metabolismo di tutti i partner del suolo interessati.
L’efficienza di tali associazioni varia secondo una serie di interazioni dinamiche che coinvolgono non solo le piante ed i funghi, ma anche i fattori ambientali e pedologici ed i rapporti che si stabiliscono fra queste variabili.

Dal punto di vista funzionale i complessi micorrizici riescono a:

• mobilizzare minerali;

• proteggere l’apice radicale dagli effetti tossici degli inquinanti presenti nel suolo, compresi i metalli pesanti a concentrazioni non micotossiche;

• accumulare acqua, che altrimenti verrebbe dilavata ed infine immagazzinare nutrienti e sostanze di crescita di natura ormonale.

Per queste ragioni i funghi micorrizici possono essere utilizzati come indicatori della qualità del suolo perché, oltre a svolgere delle funzioni chiave, essi intervengono direttamente nelle funzioni degli ecosistemi terrestri. A titolo di esempio si può citare l’azione significativa svolta dalla “glomalina”, una glicoproteina idrofobica prodotta dai funghi “micorrizici arbuscolari” (AM), simbionti pressoché ubiquitari delle radici delle maggior parte delle piante terrestri, che si accumula nel suolo sotto forma di una sostanza proteica denominata “Glomalin Related Soil Protein” (GRSP).

La GRSP è un marcatore, facilmente misurabile, dell’attività di medio e lungo periodo dei funghi AM. Tale marcatore è stato dimostrato essere sensibile non solo ai cambiamenti ambientali come l’aumento di CO2 atmosferica e a diversi sistemi di uso e gestione del suolo, ma è anche risultato essere ottimamente correlato con la stabilità degli aggregati formati dalle particelle di suolo, importante parametro di funzionalità del suolo stesso. Spesso i sintomi di deperimento degli ecosistemi terrestri sono stati osservati con maggiori intensità in condizioni di prolungata carenza idrica o di aumento della salinità dell’acqua di falda suggerendo che tali fattori ambientali possono più di altri assumere un ruolo importante nel predisporre il deperimento dei genotipi vegetali meno resistenti. In condizioni di permanenza delle perturbazioni che causano fenomeni di deperimento, le piante perdono progressivamente l’abilità di selezionare i simbionti fungini più efficienti permettendone la sostituzione con altri più adatti alle mutate condizioni ambientali e contemporaneamente aprono le porte all’ingresso dei funghi patogeni (parassiti).

Concludendo si può dire che grazie all’uso di marcatori metabolici fungini, monitorabili con facilità, è possibile l’osservazione e la valutazione dei cambiamenti che possono intervenire nella funzionalità e nella salute degli ecosistemi terrestri.

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