a cura di Antonello Senni

“Felix qui potuit reum cognoscere causas”
(Virgilio (70-19 a.C.), Georgica, II, 490)

E’ ormai indiscutibile che la genomica è la scienza sulle cui evidenze si erigerà la moderna e scientificamente fondata “medicina della prevenzione”, che, per il bene delle persone e della società, ci auguriamo possa sostituire quanto prima l’attuale e ormai superata “medicina sintomatologica”, la medicina del solo sintomo e del solo farmaco, incurante delle sofferenze umane ed insensibile alla prevenzione delle patologie.

Figlia prediletta della biologia molecolare, della biostatistica e della bioinformatica, la genomica studia e ricerca i meccanismi genetico-molecolari attraverso i quali si realizzano la struttura, il funzionamento, le interazioni tra le sue diverse parti e l’evoluzione del genoma (genoma inteso quale insieme di tutti i geni di un organismo). Il genoma, quindi, racchiude in sé l’insieme dei caratteri che contraddistinguono l’organismo.

Il genoma umano è costituito da 23 coppie di cromosomi (infatti ogni cellula somatica umana contiene 46 cromosomi omologhi a due a due, perché derivanti 23 dal genoma paterno [dallo spermatozoo] e 23 dal genoma materno [dall’ovulo]), contenenti circa 33.000 geni e più di 3 milioni di nucleotidi, le basi strutturali del DNA.

Un sottoinsieme della genomica è la “genomica funzionale”, che si distingue dall’altro sottoinsieme, la “genomica strutturale”, la quale ha come unico obiettivo la mappatura dei geni.
La genomica funzionale, quella che deve guidarci nel comprendere il ruolo della nutrigenomica, cioè della genomica che governa la nutrialimentazione, ha come obiettivo (sicuramente arduo e culturalmente avanzato) la conoscenza delle interazioni tra i geni e i nutrienti contenuti nel cibo, che sono all’origine del funzionamento dell’intero organismo e delle cause delle patologie, che possono colpirlo.

Al contrario delle medicine orientali, le quali, anche se empiricamente, hanno sempre considerato l’intimo rapporto tra cibo e salute psicofisica, la medicina occidentale ha continuato ostinatamente per la propria, tanto ottusa quanto altamente remunerativa, strada, quella cioè della semplice individuazione dei sintomi e non delle cause delle patologie, della prescrizione dei farmaci, delle cure violente/esiziali e degli interventi chirurgici. Senza considerare la possibilità, oggi certezza scientifica derivante dalle evidenze della nutrigenomica, che il cibo potesse essere correlato con lo stato di salute generale del corpo e in particolare con le più diffuse malattie dell’era moderna, le patologie “cronico-degenerative”.

La nutrigenomica, infatti, studia e ricerca la relazione tra il cibo e l’espressione dei geni, soprattutto quale causa delle patologie cronicodegenerative e mentali. Essa ci sta rivelando, ogni giorno di più, che numerosi geni si attivano o si disattivano in funzione della quantità, ma soprattutto delle qualità nutrizionali del cibo. Questo significa che i nutrienti contenuti nei cibi regolano l’espressione della struttura del DNA, che compone i geni, indirizzando il genotipo nella realizzazione, nel funzionamento (fisiologia) e nel malfunzionamento (patologia) del fenotipo (organismo).

Diventa evidente, pertanto, la fondamentale importanza dell’epigenetica, intesa quale insieme di tutti quei comportamenti che sono in grado di variare il fenotipo (l’organismo e il suo funzionamento), senza tuttavia alterarne il genotipo (il DNA e il genoma).
La nutrialimentazione è il più importante fattore di pressione epigenetica sul funzionamento dell’intero organismo, proprio perché i nutrienti, assimilati dal cibo assunto e digerito, interferiscono quotidianamente (almeno tre volte al giorno in occasione dei pasti) con l’espressione o la repressione dei geni, causando il buon funzionamento fisiologico o il malfunzionamento patologico dell’organismo.

Non dobbiamo dimenticare, però, che se la nutrialimentazione ha un fondamentale effetto epigenetico, esistono altri “potenti” condizionatori epigenetici quali, negativamente lo stress, le preoccupazioni, i dolori, le distorte aspirazioni e positivamente il rilassamento, le gioie, la serenità, i piaceri e le gratificanti aspirazioni, l’amore, la cultura e la riflessione (l’essere e non l’avere).

L’epigenetica, insomma, ci ha fatto comprendere che i nostri geni (genoma) da soli non tracciano deterministicamente il nostro destino esistenziale e che anche e soprattutto i nostri comportamenti, primo fra tutti la nutrialimentazione, possono condizionare lo stato di buona salute o di malattia psicofisica, “accendendo o spegnendo” i nostri geni, “accendendo o spegnendo” la nostra serenità o la nostra disperazione, “accendendo o spegnendo” la cultura vivificatrice o l’ignoranza mortificante, “accendendo o spegnendo” la nostra spiritualità di sapiens o la nostra materialità di homo.

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Il primo a lanciare l’idea di un micro-chirurgo introdotto nel corpo umano e trasportato dal sangue ai vari organi fu il fisico Richard Feynman. In una conferenza di fine 1959. Il futuro premio Nobel considerò la "fantasia d’ingoiare il chirurgo" come un’ipotesi realistica.

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