a cura di Gabriele La Malfa

In biologia per ibrido si intende un individuo generato dall’incrocio di due specie o razze differenti (riproduzione gamica). Più nello specifico si parla di ibrido interspecifico quando sono interessate due specie differenti appartenenti allo stesso genere e di ibrido intraspecifico quando sono interessati organismi di due sottospecie (razze) all’interno della stessa specie madre.
Anche se raramente nel regno animale, può verificarsi la formazione di individui ibridi tra specie appartenenti a generi differenti, in questo caso si parla di ibrido intergenerico.

Di norma, quando si pensa ad un ibrido (soprattutto in zoologia), si figura un animale con caratteristiche intermedie tra i genitori e sterile o, comunque, non in grado di generare a sua volta prole fertile. Tra gli ibridi animali più comuni c’è sicuramente il mulo (incrocio tra un asino, Equus asinus, e una cavalla, Equus ferus caballus). Tuttavia se è vero che l’ibrido presenta spesso caratteristiche intermedie tra i genitori, non lo è altrettanto per la sterilità, ad esempio l’incrocio tra un orso grizzly (Ursus arctos horribilis) e un orso polare (Ursus maritimus) da origine a prole fertile perfettamente capace di riprodursi.

Questa sorta di “indeterminazione” ha indotto di fatto la difficoltà nella definizione univoca di specie (ovvero il livello tassonomico gerarchicamente più basso in natura) ed evidenziato ancor più come le specie non siano entità statiche nel tempo, ma in continua evoluzione.
La più recente definizione (biologica) di specie è la seguente: la specie è rappresentata da quegli individui che incrociandosi tra loro generano potenzialmente una prole sana ed illimitatamente feconda.
Con “illimitatamente” si intende che gli animali in condizioni naturali rimangono fertili sia temporalmente (nelle varie generazioni) che spazialmente (occupano uno stesso areale).
Quindi il motivo per cui il grizzly e l’orso polare, nonostante diano origine a prole sana e fertile, continuino ad essere considerati specie differenti è proprio connesso al fatto che in natura occupano areali differenti (ovvero non entrano mai in contatto tra loro).

Ad ogni modo, inevitabilmente la definizione di specie biologica ha delle “limitazioni”, principalmente due:
– è valida solo per gli organismi a riproduzione sessuale;
– non può essere applicata ad organismi estinti/fossili (in quanto è impossibile determinare la loro effettiva fecondità).

In quest’ultimo caso si può ricorrere alla “specie morfologica“, ovvero basata sui caratteri morfologici (aspetto fisico). Logicamente, perché la classificazione possa considerarsi attendibile, è necessario avere a disposizione vari esemplari da confrontare (minimo 50). Tale classificazione può essere utilizzata, oltre che per le specie estinte, anche per quelle ancora in vita, sebbene presenti un chiaro limite su quelle specie con marcata variabilità morfologica tra i sessi (dimorfismo sessuale). Proprio per suddetto limite, oggi sempre più la classificazione “morfologica”, ove possibile, viene rimpiazzata/affiancata da studi molecolari e genetici.

Il bardotto è un ibrido nato da un cavallo e da un’asina domestica, ovvero la controparte a genitori invertiti del mulo. Di norma infecondo, può, tuttavia, presentare occasionalmente femmine fertili.

La ligre è un ibrido nato da un leone maschio e una tigre femmina. I leoni e le tigri in natura non condividono lo stesso territorio, pertanto le possibilità di accoppiarsi fra loro sono quasi nulle.
Questo incrocio, così come quello a genitori invertiti (il tigone), è documentato solo in cattività.

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