a cura del Prof. Antonello Senni

Nel precedente articolo ho descritto il forte impatto ambientale della diaspora dei sapiens, che aveva risparmiato solo il sesto continente (l’Antartide) per ovvi impedimenti pedoclimatici. L’impatto maggiore lo abbiamo individuato sulla megafauna terrestre, non avendo le attività dei primi Sapiens incidenza sugli oceani, impatto oceanico che invece si è notevolmente realizzato con la Rivoluzione industriale a causa di sversamenti in acqua di tossici, petrolio e plastiche.

Vorrei ora affrontare un serio problema di estinzione di specie: l’estinzione di quelle specie del genere Homo, che sono coesistite con la specie Sapiens.
Per centinaia di migliaia di anni e fino a 70 mila anni fa varie specie del genere Homo, tutte dotate d’intelligenza, piene di risorse e abili nel procacciarsi il cibo, hanno condiviso i territori del pianeta.

Dall’evoluzione dei generi africani Australopithecus e Kenyanthropus, infatti, circa 2,5 milioni di anni fa si è selezionato il genere Homo.
In Africa, così, convissero e condivisero la loro esistenza almeno tre specie di homo: Homo rudolfensis, Homo habilis e Homo ergaster.
Come già descritto in precedenza, fu proprio un gruppo di Homo ergaster che varcò circa 2 milioni di anni fa i confini del continente africano per espandersi in tutti i continenti: in Asia si differenziarono alcune specie, soprattutto Homo erectus, che “restò in vita” per circa 2 milioni di anni, il piccolo (1 metro di statura per 25 kg di peso) Homo floresiensis in alcune isolette indonesiane, Homo denisova in Siberia, Homo georgicus, intorno al mar Caspio, in Europa comparvero altre specie, l’Homo heidelbergensis che già si era evoluto in Africa e diffuso anche in Asia, l’Homo anteccessor nella penisola iberica e l’Homo cepranensis nella penisola italiana e il tanto discusso, vessato e “compatito” Homo neanderthalensis.

Quindi all’apparire sulla scena evolutiva dell’ominazione di Homo sapiens, circa 180 mila anni fa, sul pianeta vivevano almeno una decina di specie del genere Homo.
E’ degno di nota il fatto che una prima migrazione di Sapiens dall’Africa, avvenuta circa 130 mila anni fa, non comportò assolutamente una prevalenza e una affermazione di Sapiens sulle altre specie che da tempo erano già insediate nei tre continenti, anzi spesso i Sapiens furono respinti.
Solo una seconda migrazione di altri Sapiens africani ebbe conseguenze esiziali per le altre specie di Homo, in quanto solo l’Homo sapiens è sopravvissuto mentre le altre sono andate incontro all’estinzione.

Fondamentalmente le ragioni e le cause di tale fenomeno, solo apperentemente antitetico ai meccanismi evolutivi, sono da ricondurre alla rivoluzione cognitiva, che fornì ai nuovi Sapiens una potentissima “arma” evolutiva: la capacità di estrarre idee e concetti, che fece nascere la cultura.
I primordi di tale capacità partono da molto lontano nel tempo, circa 6 milioni di anni e forse più. Resti di un antico ominino, l’ Orrorin tugenensis, databili appunto a 6 milioni di anni fa, mostrano già l’acquisizione del bipedismo. E’ stato il bipedismo la scintilla dell’evoluzione dell’uomo.
Con esso ci siamo elevati dal suolo e abbiamo avuto a disposizione un orizzonte spaziale molto più ampio. Potevamo vedere meglio e più lontane fonti di cibo e la presenza di predatori o di pericoli. Soprattutto, però, si è aperta una potentissima possibilità: l’uso delle mani non più utilizzate per la deambulazione. Le mani, uno strumento somatico che ci permetteva di usare strumenti esosomatici, quali sassi, bastoni e oggetti da lanciare. L’uso delle mani le ha rese sempre più raffinate e pronte per operazioni sempre più complesse e preziose.
La progressione dell’uso delle mani comportava un sempre maggiore evoluzione, anche quantitativa, del cervello che le comandava.
Ma anche tra gli aspetti negativi che il bipedismo ha comportato ce n’è uno che ha dato un enorme sviluppo evolutivo.
La stazione eretta aveva un nemico, la forza di gravità. Tutto il peso del corpo, prima ben distribuito su quattro zampe, ora gravava su una colonna vertebrale perpendicolare, su una sezione di essa, la cervicale, il peso, di un cervello sempre più grande (da 200 g agli attuali 1200 g) e di una scatola cranica anch’essa sempre più pesante, il peso del corpo gravava su articolazioni appesantite quali la coxofemorale, le ginocchia e la caviglie.
Ma un aspetto originariamente negativo ha, invece, comportato un effetto strabiliante e intuitivamente inaspettato sulla evoluzione dell’uomo: il restringimento del bacino, che nella donna ha comportato il restringimento del canale vaginale, proprio nel periodo in cui le teste dei nascituri diventavano sempre più voluminose.

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