(seguito di un precedente articolo)
a cura del Prof. Antonello Senni

Un ulteriore vantaggio evolutivo ha contraddistinto lo sviluppo e l’espansione dell’Homo sapiens, che ha comportato non solo un vantaggio individuale (una più lunga esistenza), ma soprattutto un vantaggio culturale, comportamentale e sociale per tutta la tribù e la specie.

In natura molti tra gli organismi pluricellulari più evoluti hanno un periodo di vita pari (o di poco superiore) a quello delle loro gonadi o comunque vivono fino a quando sono in grado di riprodursi sessualmente (riproduzione gamica). Per esempio nell’agave, che può vivere fino a 50 anni, la fioritura avviene una sola volta negli ultimi 6 mesi di vita della pianta e lungo uno stelo legnoso che si genera dal fusto al centro della rosetta e che produce nella metà superiore anche diverse migliaia di fiori. Lo stelo raggiunge in un periodo di 2-4 mesi un’altezza variabile da meno di 2 metri (A. parviflora) a 11 metri (A. americana) ed un diametro fino ai 25 cm. L’agave, però, si riproduce anche vegetativamente (riproduzione agamica, non sessuale) attraverso la formazione di polloni originanti da rizomi, che emergono non molto distanti dalla pianta madre.

L’uomo, invece, sopravvive alle proprie capacità riproduttive, cioè alla funzionalità sia delle ovaie che dei testicoli per alcuni decenni. Le donne, feconde per circa 40 anni (dai 11-13 [menarca] ai circa 50 anni [menopausa]) vivono ancora mediamente più di altri 30 anni e la stessa cosa vale per l’uomo. Infatti, anche se i testicoli continuano a produrre spermatozoi fino ad età avanzata, il maschio ha comunque difficoltà riproduttive sia per il calò della produzione DHEA (deidroepiandrosterone) e di conseguenza di testosterone, sia per la conseguente ridotta libido, che per la sempre più ridotta funzionalità del pene e per la quantità degli spermatozoi generati, fatti che riducono progressivamente la possibilità della fecondazione.

Insomma il genere homo può vivere circa il doppio delle proprie gonadi e ciò ha rappresentato un ulteriore enorme vantaggio evolutivo.

Come già descritto in precedenza, un “cucciolo” umano alla nascita è inerme ed ha bisogno di molti anni per raggiungere l’autonomia dai genitori sia per il sostentamento che per l’autoprotezione. Infatti le mamme avevano estrema difficoltà a procurare cibo e protezione per se stesse e i loro piccoli: accudire i figli diventava un compito di ogni familiare e di tutta la tribù. Tale comportamento, apparentemente negativo, è stato, invece, fortemente propulsivo da un punto di vista evolutivo: il suo significato sociale è evidente: l’evoluzione ha selezionato persone capaci di tessere forti legami familiari e sociali, un forte sentimento di appartenenza, di comunità, di solidarietà.

A ciò va ad aggiungersi un ulteriore vantaggio selettivo, quindi evolutivo, vantaggio derivante dal fatto che l’Homo sapiens può vivere circa il doppio di anni di quelli delle proprie gonadi.
Infatti, come già descritto, il genere umano si evolve da circa 70 mila anni, cioè dal momento della “rivoluzione cognitiva”, solo culturalmente: infatti per passare dall’invenzione della ruota ai computer sono trascorse alcune decine di migliaia di anni (circa 500 generazioni di evoluzione culturale) mentre la scimmia ha “impiegato” 2,5 milioni di anni (circa 100 mila generazioni di evoluzione biologica) per diventare Homo sapiens. E’ proprio per l’importanza dell’evoluzione culturale che il carattere genetico della sopravvivenza alle proprie gonadi è stato selezionato e fissato nel genoma umano.

Infatti, l’uomo, dopo aver lasciato ai propri discendenti l’eredità “chimica” del proprio DNA attraverso la riproduzione sessuale è stato “chiamato” dall’evoluzione culturale a lasciare ai propri figli e nipoti anche la non meno preziosa eredità esperienziale e sapienziale durante gli anni di vita successivi all’inaridimento delle gonadi.

Il “vecchio saggio”, pertanto, ha rappresentato un doppio vantaggio per le generazioni successive, poiché ha arricchito la discendenza, e quindi la società umana, prima con caratteri genetici selezionati per dare maggior fitness biologica e successivamente con i caratteri culturali, che molto più velocemente dei primi fanno crescere la fitness socioculturale.

Lo scrittore Marc Levy questo riconosce alla funzione del vecchio: “Le rughe della vecchiaia formano le più belle scritture della vita, quelle sulle quali i bambini imparano a leggere i loro sogni” … mentre un proverbio africano recita:”un vecchio che muore è una biblioteca che brucia“.

Articoli correlati

Non bisogna essere degli ornitologici esperti per riconoscere a prima vista il martin pescatore. Complici i suoi bellissimi e sgargianti colori, questo è uno degli uccelli più noti e facilmente identificabili dai "non addetti ai lavori".

COMMENTA

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.