a cura del Prof. Luigi Campanella

Nella periferia della capitale del Bangladesh e al centro di questo Paese dell’Asia meridionale, che è l’ottavo al mondo per numero di abitanti (160 milioni) e il decimo per la densità, a dominare sono le fabbriche di mattoni, spesso illegali, simbolo dell’urbanizzazione selvaggia e della febbre di costruzione che domina queste parti del mondo.

Per fare i mattoni, uomini e donne emigrano nelle periferie delle città e qui lavorano come 150 anni fa: raccolgono la terra dalle aree umide, la mescolano con l’acqua, modellano il mattone con le mani e lo fanno seccare al sole, per poi farlo “cuocere” nei forni tradizionali. Ogni anno i campi di mattoni del Bangladesh espellono nell’aria più di 9,8 milioni di tonnellate di gas serra. Tra il 25 e il 26 % della produzione di legname nazionale viene usato come combustibile per le fornaci.

E’ insomma il nono Paese più inquinato al mondo, e colpisce che peggio facciano solo Stati quasi falliti, come l’Afghanistan, Haiti, il Mali o la Somalia. Il risultato finale è ottenuto prendendo in considerazioni 8 categorie di attività antropiche. In una di queste, l’agricoltura, Dacca sembra quasi essere all’avanguardia. E’ infatti in 17esima posizione, grazie a una crescita del 48 per cento negli ultimi dieci anni: segno che lo Stato esiste e se vuole funziona. La sua media crolla però per colpa dei dati che registrano l’impatto dell’inquinamento sulla salute, sulle probabilità che un bambino muoia entro i primi 5 anni di vita (qui è al 122esimo posto); oppure i dati sull’accesso dell’acqua potabile (131esimo), sul trattamento delle acque di scarico (145esimo), ma soprattutto, appunto, sulla qualità dell’aria, dove è ultima nel mondo, facendo peggio di Cina e India e registrando un peggioramento del 60 % della sua performance negli ultimi dieci anni.

Per questo la Banca Mondiale ha lanciato sempre l’anno scorso il Clean Air and Sustainable Environment Project, che ha l’obiettivo di ripulire l’aria del Bangladesh proprio affrontando i suoi due principali inquinatori: i trasporti e le fabbriche di mattoni. Credo stia avvenendo, potenziato, lo stesso processo avvenuto in Italia: dopo la guerra la necessità prima era risollevare l’economia e questo avvenne, purtroppo, però sacrificando risorse e valori altrettanto e forse più importanti, quali ambiente, salute e sicurezza. Fu necessario invertire la rotta e pensare a norme, leggi, comportamenti più ecosostenibili. Il Bangladesh è ora nella condizione di avere bisogno di un rinascimento verde per sopravvivere (forse l’esempio italiano può essere utile).

Dhaka

Un affollato e caotico mercato di Dacca (Dhâkâ), la capitale del Bangladesh.

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