Quando parliamo di fattore “T” intendiamo parlare del “Tempo”, quello che ci resta per poter evitare la tanto temuta catastrofe climatica. Dal primo summit di Rio de Janeiro del giugno 1992, in cui si è cercato di affrontare la questione ambientale globale, oggi stiamo ancora in “alto mare”.

In circa 30 anni, dalla prima reale presa di coscienza globale sul problema ambientale fino ad oggi, abbiamo fatto ben poco, mentre avremmo potuto fare molto di più per non trovarci in questa attuale situazione critica. Trenta anni spesi in fiumi di parole e in accordi volontari, ma poco capaci di intervenire realmente alla radice del problema. Nel 2015 l’ONU fece firmare a tutti i suoi Stati membri l’accordo per l’Agenda 2030. Il risultato è stato che quando 30 anni fa si è cominciato a parlare di ridurre i gas serra in atmosfera eravamo a 360 ppm oggi, “grazie” a tutti i buoni propositi, di gran parte delle nazioni del pianeta, abbiamo raggiunto le 415 ppm (per alcuni scienziati la catastrofe climatica sarà inevitabile appena toccheremo i 450 ppm).

Nel 1992 l’IPCC stabilì per noi 3 steps prima della fase di non ritorno: la conoscenza del problema, che ormai abbiamo acquisito tutti; la mitigazione climatica ormai clamorosamente fallita e, infine, l’adattamento ai cambiamenti climatici. Ormai l’ultima frontiera dell’umanità non è quella di ridurre i gas climalteranti in atmosfera, ma quella di prepararsi agli sconvolgimenti climatici che in circa 30 anni di chiacchiere non siamo riusciti a bloccare.

Bella consolazione! Viene spontaneo chiedersi quando dovrebbe avvenire la tanto temuta fase irreversibile? Si dice che abbiamo tempo fino al 2030 per evitare una profonda crisi climatica, purché, ovviamente, si cominci subito a dire stop ai combustibili fossili e a tutte le altre attività che producono gas serra. Ma dagli accordi di Parigi fino agli ultimi di Katowice appaiono i primi ripensamenti, i primi dietro front, come, ad esempio, allungare i tempi per chiudere con le fonti inquinanti. Si parla già di spostare il limite dal 2030 al 2050. Tutto questo per permettere a chi ha inquinato il pianeta fino ad oggi, arricchendosi, di continuare a farlo tranquillamente fino a che sarà possibile.

Restando nel tema di queste “brave persone”, scioccante fu l’affermazione dello scorso anno da parte di uno scienziato canadese che, parlando dei misteriosi rifugi sotterranei costruiti in tutto il pianeta, dagli USA alla Russia, da Israele alla Norvegia, (ecc.), avanzò l’ipotesi che i potenti del pianeta avessero già messo in conto l’arrivo di una catastrofe ambientale e climatica globale. Loro, i potenti e ricchi della Terra, grazie ai rifuggi appena terminati, penserebbero di sopravvivere e stare al “sicuro”.

La scienza ufficiale, quella libera non a servizio dei potenti della Terra, ci dice che stiamo per intraprendere la strada del non ritorno e che, continuando ad aggredire il nostro pianeta con questo ritmo, inevitabile sarà la catastrofe ambientale e climatica non più tardi di un ventennio.

In questo scenario “apocalittico” le vere vittime sono i giovani e soprattutto quelli che oggi vengono al mondo. Bene quindi che da una giovanissima ragazza svedese sia partita la scintilla del risveglio, si perché fino all’altro giorno sembrava che tutti i giovani della Terra (anche quelli dei Paesi più poveri) fossero interessati solo ad isolarsi nel loro mondo dei social network, invece, grazie al messaggio di Greta Thumberg, potrebbe essere iniziato il cambiamento. Sembra che i giovani stiano cominciando a prendere coscienza della realtà, capendo, ahimè, che non c’è più tempo, che il loro futuro è minacciato e che è necessario fare qualcosa subito per evitare una serie di catastrofi climatiche.

Anche noi ci affianchiamo a questo sano risveglio giovanile volendo segnalare, comunque, che i nostri politici non hanno ancora preso in considerazione il “FATTORE T”. Si perché non c’è più tempo di chiacchiere e accordi farlocchi internazionali, è arrivato il tempo di agire.

Recente la notizia positiva legata alle elezioni europee: i Verdi sono usciti vincitori con ottime percentuali in molti Paesi come Francia e Germania. Questo fatto rappresenta una speranza perché contro lo spettro della crisi ambientale e climatica forse qualcosa di concreto potrà accadere, tenendo sempre presente il “FATTORE T”.

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