a cura di Giuseppe Di Croce (già Direttore Generale del CFS)

In questi giorni di forzato isolamento a causa della epidemia da coronavirus riaffiorano i ricordi di una vita mentre cresce l’ansia per il futuro. Dopo 2 mesi di isolamento sociale siamo costretti a contare più di 27 mila morti, la più alta percentuale di decessi rispetto alla popolazione totale.

Da cosa dipende tutto questo? Purtroppo manca la politica, quella capace di governare gli eventi nell’interesse del Paese. Questo è il tempo dei “mediocri”, molti dei quali hanno impiegato la vita a costruirsi una carriera pur che sia a servizio di chicchessia. Autorità che concorrono a decidere il presente e a progettare il futuro. Per affrontare il grave flagello che sta decimando la nostra popolazione necessiterebbe la collaborazione costruttiva di tutte le forze e le intelligenze del Paese. E invece assistiamo allo scontro continuo fra maggioranza e opposizione su tutto e il contrario di tutto in perenne campagna elettorale pur di lucrare qualche voto. Nel frattempo la “strage” continua; i più colpiti sono gli anziani che stanno morendo nella rassegnazione o nell’indifferenza generale, quasi a volerne sottolineare l’inutilità, dimenticando che si tratta di persone che hanno contribuito a fare grande e fiorente questo Paese.

Il virus è certamente un soggetto sconosciuto e oltremodo aggressivo, ma il modo in cui viene affrontato dalla classe dirigente e politica nazionale e regionale dimostra una certa imperizia ed improvvisazione, aggravate dallo stato di degrado del Sistema Sanitario Nazionale, che ha distrutto la rete della medicina territoriale di base a favore della ospedalizzazione e a cascata della sanità privata. Queste gravi carenze sono state in parte supplite dalla straordinaria generosità degli operatori sanitari e dall’incredibile altruismo dei volontari di varie Associazioni, che hanno onorato il nostro Paese.

Pensando al futuro non c’è dubbio che l’annunciata crisi economica si tramuterà ben presto in devastante crisi sociale. Su questi temi strategici non vediamo iniziative confortanti, mentre infuria un dibattito lunare all’interno delle forze di Governo e delle opposizioni sull’utilizzo o meno del MES (sanno questi Signori che il MES è finanziato dagli Stati Membri e che sarebbe paradossale versare fior di euro utilizzati solo dagli altri Paesi?).
Tutto questo determina dei ritardi esiziali per l’economia, che avrebbe bisogno invece di interventi immediati di sostegno alle imprese, alle attività produttive, ai servizi ed anche ai cittadini, e sono tanti, che non hanno più reddito.

Il momento, fatte le debite differenze temporali, sociali ed economiche, è paragonabile a quello esistente dopo l’ultima guerra. Allora il disastro economico ed occupazionale fu causato dalla povertà collettiva conseguente alle distruzioni materiali e morali prodotte dalla guerra, oggi dalla perdurante debolezza dell’economia reale aggravata dalla sopraggiunta pandemia. La differenza sostanziale sta nel fatto che allora uscivamo da una guerra che ci aveva resi tutti più poveri per cui prevalse lo spirito comune della ricostruzione, oggi invece i ricchi sono diventati più ricchi e i poveri più poveri, per cui manca totalmente la spinta alla solidarietà collettiva e intergenerazionale. Uscire dalla crisi perciò sarà probabilmente arduo.

Mentre i nostri discutono la Banca Centrale Europea, l‘Unione Europea e la Banca Europea di Investimenti, dopo gli iniziali errori e tentennamenti, hanno impostato una serie di strumenti capaci di immettere sul mercato a condizioni di favore una mole straordinaria di euro (2000 miliardi) destinata a tamponare la crisi in atto e far ripartire i Paesi membri.
Basta perciò annunci, servono fatti. Ora ci sono le condizioni per rivoluzionare e modernizzare il Paese. Dovendo fare una montagna di debiti sarebbe delittuoso utilizzarli a pioggia come al solito. Occorre invece individuare delle priorità su cui puntare per fare uscire finalmente l’Italia dal pantano in cui è sprofondata da tempo.

Preso atto dei danni prodotti dalla economia senza limiti praticata nel passato, i settori da privilegiare ora sono:

1- La ricerca e l’innovazione: in un mondo globalizzato sono alla base dello sviluppo;

2- La scuola: strutture sicure, strumentazioni adeguate, docenti professionalizzati, aggiornati e remunerati con verifica annuale dei risultati;

3- La Sanità: riorganizzazione generale del settore (più pubblico e meno privato), ripristino e potenziamento della medicina di base, adozione immediata da parte di tutte le Regioni del “Fascicolo Sanitario Elettronico”;

4- La manutenzione del territorio: prassi ordinaria per limitare i danni da alluvioni, incendi e terremoti; prevenire costa molto meno che riparare (uno a dieci);

5- La difesa dell’ambiente e dei beni storici, artistici e architettonici: patrimonio irripetibile per la cultura e per l’economia;

6- L’economia circolare: immediata Strategia Nazionale e Piano di Azione sostenuti da adeguati provvedimenti fiscali e finanziari per le attività virtuose;

7- L’utilizzo dei fondi comunitari e nazionali: immediata attivazione di procedure snellenti gli appalti disarticolando il dispotismo autocratico della burocrazia. Meno leggi e più controlli anche attraverso “assistenti contrari” cioè funzionari pubblici presenti sui cantieri per verificare ad horas la regolare esecuzione delle opere;

8- Il turismo: prestiti e contributi per favorire il turismo di qualità nel rispetto dell’ambiente;

9- Le imprese: immissione immediata di liquidità (prestiti e contributi) nel sistema delle imprese per riattivare la produttività e l’occupazione.

Siccome però le idee camminano con le gambe degli uomini ogni sforzo sarà vano se non si riscopre il valore del merito e i disvalori dell’incapacità. Si chiede troppo?

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