Dal medioevo ci portiamo dietro un “errore imperdonabile”: quello di travisare il vero senso di una frase augurale dell’antica Roma.

a cura di Filippo Mariani

La frase augurale che spesso ci piace dare alle persone: “In bocca al lupo” e che in genere riceve come risposta: “Crepi!” , rappresenta uno dei tanti esempi di revisione e manomissione errata del passato. Nel Medioevo infatti molti concetti e modi di dire del periodo dell’Impero Romano furono travisati o peggio interpretati in maniera approssimativa.

Negli anni del Medioevo la figura del lupo era vista come una “forza del male” e forse dello stesso demonio cristiano. Inevitabile quindi rispondere: “Crepi!”
Ancora oggi si pensa che questa frase sia un modo per esorcizzare un eventuale futuro infausto, evitando in maniera metaforica di essere sbranato da un lupo cattivo, per cui la risposta inevitabile è quella che conosciamo.
In realtà non avrebbe alcun senso augurare, a qualcuno cui si vuol bene, di finire in una situazione pericolosa, per cui ci si chiede ancora che senso ha augurare di finire nelle fauci di un famelico lupo? A me da subito è venuto il dubbio sul significato dato oggi a questa frase, per cui mi sono documentato è alla fine ho compreso il perché dell’errata interpretazione di questo antico modo augurale dei nostri avi. La frase ha invece un profondo valore augurante e positivo!

Nell’antica Roma la frase in oggetto era un augurio di prosperità e di felicità, a cui, ovviamente, si rispondeva: “Gratias tibi valde!” (tante grazie!). Tutto questo si rifaceva alla legenda della lupa capitolina che aveva allattato i due gemelli: Romolo e Remo salvandoli dalle acque del Tevere. In effetti la legenda narra che i due gemelli furono abbandonati nelle acque del fiume dentro una cesta che alla fine si incagliò all’altezza dell’attuale Ponte Milvio dove la lupa poté trarli in salvo e poi allattarli.
Quindi nell’antica Roma “In bocca al lupo” voleva dire: “Che la Lupa Capitolina possa proteggerti
In natura poi i lupi, ma anche molti altri mammiferi, dal gatto domestico alla tigre del Bengala, hanno l’abitudine di spostare i propri cuccioli da una zona, a volte ritenuta pericolosa, in un’altra più sicura, prendendoli dalla collottola con la propria bocca.

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