a cura del Prof. Riccardo Valentini

Dall’età preindustriale la temperatura media del nostro pianeta è aumentata di quasi 1° C: una variazione che potrebbe sembrare minima, ma che in realtà ha già determinato effetti negativi ben evidenti in diversi ecosistemi. Basti pensare alla scomparsa di specie animali e vegetali o alla fusione dei ghiacciai e della calotta artica. Per non parlare della desertificazione, la deforestazione e i fenomeni atmosferici estremi, che in tutto il mondo contribuiscono a una riduzione della produttività delle terre e a una perdita di raccolti o fonti di cibo per l’uomo.

Secondo le stime più recenti, elaborate sulla base della tendenza attuale dell’emissione di gas serra, nel 2050 la produzione agricola si ridurrà dell’8%, mentre la richiesta di cibo, da parte della popolazione mondiale in continua crescita, aumenterà del 56%. Servono quindi più terre da coltivare, tenendo però presente che la via fino ad oggi intrapresa, ossia quella di eliminare le foreste tropicali per far spazio a coltivazioni e urbanizzazione, non è quella giusta. In questo modo tutto si traduce nell’emissione di 3,6 miliardi di tonnellate di anidride carbonica (CO2) all’anno, alle quali si devono aggiungere altre circa 6 tonnellate provenienti da agricoltura, trasporti e riscaldamento!

Gli sforzi a livello internazionale per cercare una soluzione vanno dal protocollo di Kyoto del 1997, che ha stabilito impegni vincolanti per la riduzione delle emissioni di gas serra, al protocollo di Parigi del dicembre 2015, ad oggi a Katowice. Impegni nei quali le nazioni devono raggiungere l’obiettivo comune di contenere l’innalzamento delle temperature entro i 2 °C, con impegni differenti stabiliti in base alle responsabilità passate.

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