a cura del Prof. Luigi Campanella

Il boom dell’agricoltura urbana è uno dei processi in atto nella nostra società moderna. Il Brooklyn Grange di New York è l’orto urbano più grande al mondo, con fattorie urbane sui tetti dei palazzi in un ex cantiere navale della marina militare, ma anche in Italia ci sono importanti esempi di orto urbano.

Da Bologna, considerata la prima città italiana in materia, a Palermo dove terreni coltivabili vengono affittati per allenarsi all’agricoltura biologica; da Venezia, dove l’orto urbano è alla base di un progetto di rigenerazione del sito industriale di Marghera, a Torino dove nel quartiere Mirafiori Sud, ex Fiat, si è creato uno spazio per chi voglia dedicarsi all’agricoltura urbana, inoltre nell’area industriale del Parco Mennea sono stati messi a dimora 300 alberi, un orto collettivo ed una vigna; da Milano, che ha riqualificato gli spazi degli scali ferroviari dismessi, fino a Roma.

Quali gli stimoli a questa nuova tendenza?
Innanzitutto il recupero di aree potenzialmente contaminate, ex siti industriali, poi la voglia di verde nelle nostre città dove questo colore spesso manca, ancora la convinzione che i processi naturali, come la crescita di vegetazione, siano correttivi dell’ambiente inquinato, infine la possibilità di disporre di matrici alimentari preziose e di qualità a portata di mano, a Km zero come oggi si dice (senza, cioè, i costi e l’inquinamento che il trasporto dai siti di produzione a quelli di consumo comporta).

Diffusi ovunque dal centro alla periferia gli orti nascono in zone urbane e periurbane per consentire alle famiglie di dedicarsi ad essi in nome dell‘autoproduzione e dell’autosufficienza.

Ci sono però anche valutazioni negative rispetto a questo tipo di interventi, prima fra tutte quella che considera l’orto urbano un parassita competitore e predatore dell’ambiente rurale. C’è poi il problema dell’inquinamento urbano che può divenire un pericolo per la qualità delle produzioni da parte di orti urbani. Da qui deriva l’esigenza di scegliere il sito di collocamento dell’orto e soprattutto la sua gestione quanto più “bio” possibile.

Una riflessione riguarda il ruolo dei politici: che non pensino di risolvere con gli orti urbani il problema della qualità dell’aria urbana! Se è vero che l’attività fotosintetica delle piante in luoghi inquinati migliora l’assorbimento di CO2 e che un albero può ridurre il particolato disperso nell’aria che lo circonda in una percentuale che va dal 7% al 24%, sarebbe però sbagliato demandare agli orti urbani l’intero problema, magari puntando sul fatto che camminare in città attraverso strade e piazze circondate da vegetazione lussureggiante modifichi il nostro umore in meglio, alzando il livello di criticità ed abbassando quello di criticismo.

Articoli correlati

COMMENTA

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.