a cura di Gabriele La Malfa

Se un giorno le api dovessero scomparire, all’uomo resterebbero soltanto quattro anni di vita”, questa un’emblematica frase attribuita ad Albert Einstein.
In realtà la sua origine non è certa, ma poco importa, infatti, indipendentemente da chi l’abbia coniata, la sua effettiva importanza risiede nel basilare concetto che veicola, ossia che le api, in quanto gli insetti impollinatori per eccellenza, sono fondamentali per la sopravvivenza della maggior parte delle specie animali e vegetali, uomo compreso.
Senza insetti pronubi (impollinatori) le piante angiosperme, quelle con fiore e frutto, non sarebbero più in grado di riprodursi e andrebbero ad estinguersi. Un tale evento, com’è facilmente intuibile, porterebbe conseguenze disastrose a livello planetario.

Gli insetti impollinatori sono di vario tipo ed appartenenti a varie famiglie, ma tra tutti le api, e in particolar modo le api da miele, rappresentano i maggiori e più importanti esponenti.
L’ape da miele (Apis mellifera), detta anche ape comune o europea, è un imenottero aculeato sociale originario dell’Europa, dell’Africa e di parte dell’Asia. Oggi questa specie è cosmopolita, perché trapiantata con successo in tutte le regioni tropicali, sub-tropicali e temperate del Pianeta.

I peli e le setole che ricoprono buona parte del loro corpo sono fondamentali per il trasporto del polline da un fiore all’altro. Attualmente sono ufficialmente riconosciute 26 sottospecie di api da miele, che si differenziano leggermente nella morfologia. Alcune hanno la capacità di tollerare climi più caldi, altre climi più freddi.
Purtroppo negli ultimi decenni, a causa dei cambiamenti climatici e, soprattutto, dell’ampio ed indiscriminato uso di pesticidi e diserbanti in agricoltura, la popolazione mondiale delle api è in forte decremento. Recenti studi hanno registrato un’allarmante diminuzione complessiva del 30% !

La società delle api da miele è di tipo matriarcale con colonie formate mediamente da 50-60 mila unità, prevede un’unica femmina fertile all’interno di tutto l’alveare (colonia monoginica), ed ha una durata pluriannuale, ovvero persiste per diversi anni.
L’alveare è il nido naturale delle api (quello artificiale, fabbricato dall’uomo per allevarle, viene detto arnia), è composto da tanti favi, ossia da un raggruppamento di celle esagonali, che hanno come scopo primario contenere le uova/larve ed immagazzinare il miele/polline. Tali strutture sono a base di cera d’api, un prodotto segreto dalle api stesse e composto principalmente da propoli, impurezze del polline e miele.

L’ape mellifera è una specie polimorfica, composta da tre caste con conformazioni morfologiche diverse tra loro:

La regina: unica femmina fertile di tutto l’alveare, è facilmente distinguibile dalle altre api per le maggiori dimensioni, soprattutto a causa del voluminoso addome. Ha il compito di deporre le uova e di tenere coesa la colonia. Non dovendo raccogliere il polline è sprovvista del relativo apparato raccoglitore. Analogamente, non dovendo produrre miele e/o cera, è sprovvista delle ghiandole faringee e ceripare. Può vivere fino a 4-5 anni.

Le api operaie: presenti in numero variabile, a seconda della grandezza dell’alveare, da 40 a 100 mila, sono sterili e il loro compito è mantenere e proteggere la colonia. A differenza della regina la loro vita media è piuttosto limitata, da 30 a 45 giorni, solamente le api operaie nate in autunno sono relativamente più longeve in quanto destinate allo svernamento.

I fuchi (pecchioni): presenti nell’alveare limitatamente al periodo compreso tra aprile e luglio (Europa, emisfero boreale) in numero variabile di 500-2000 individui, sono i maschi ed hanno come unico compito quello di fecondare le nuove regine. Sono più grandi rispetto alle api operaie, ma più piccoli rispetto alla regina, e sono sprovvisti di pungiglione (come per tutti gli imenotteri, l’aculeo deriva dall’apparato ovopositore modificato, quindi è assente nei maschi). La ligula, una sorta di proboscide che serve a succhiare il nettare dai fiori, è molto più corta rispetto alle api operaie e pertanto non risulta funzionale.

Sia le regina che le api operaie hanno l’aculeo velenoso, tuttavia mentre nelle operaie il pungiglione ha degli uncini di “arpionamento”, che gli impediscono di essere estratto una volta conficcato, nella regina è liscio. In altre parole, una volta che un’ape operaia utilizza il suo aculeo è destinata a morire in pochi minuti, dato che tutto l’apparato del veleno e le viscere gli vengono strappati dal corpo.
Tuttavia quella che potrebbe sembrare un soluzione controproducente ha i suoi precisi vantaggi: restando conficcato, il pungiglione continua ad iniettare veleno, anche dopo che l’ape si è staccata, inoltre tra i tessuti strappati, rimasti connessi all’aculeo, c’è anche la cosiddetta ghiandola del feromone d’allarme. Questo feromone richiama le altre api operaie e le induce ad attaccare nello stesso punto.
Diversamente dalle operaie, che utilizzano il loro pungiglione per difendere la colonia, la regina lo utilizza quasi esclusivamente al momento dello sfarfallamento per uccidere le regine rivali presenti nell’alveare. In un alveare vengono allevate più regine, tuttavia la prima ad uscire dal bossolo uccide le altre regine, che ancora sono nell’involucro ninfale.

La monoginia, ovvero la presenza di una sola femmina fertile all’interno dell’alveare, viene garantita dalla regina stessa, che produce degli ormoni inibitori, i quali impediscono lo sviluppo di altre larve con caratteri da regina. Quando la regina si invecchia ed è prossima alla morte, la produzione di tali sostanze inibitrici cessa e nuove larve, future regine, possono cominciare a svilupparsi.
Da qui si deduce come tra le api operaie e le api regina non ci sia una differenza iniziale, ma una differenza indotta durante lo sviluppo. I primi giorni (2-3 giorni) sia le larve destinate a diventare operaie, sia quelle destinate a diventare regine vengono nutrite con la pappa reale, dopo la somministrazione continua solamente per queste ultime, per le larve api operaie si passa al miele.
Diversamente i fuchi nascono da uova non fecondate (partenogenetiche), pertanto hanno un corredo genetico aploide (16 cromosomi invece di 32). Gli eventuali maschi diploidi, ossia nati per omozigosi da uova fecondate, vengono riconosciuti dalle api nutrici ed uccisi.

Lo stadio larvale è piuttosto ridotto e per tutte le caste si assesta sui 5-6 giorni, a variare è lo stadio di pupa prima dello sfarfallamento. Per le api regina è di 7-8 giorni, per le operaie di 12 giorni e per i fuchi di 14-15 giorni.

La nuova regina si accoppia entro due-tre settimane dallo sfarfallamento con diversi fuchi (in genere 8-9). Essa vola dall’alveare e lascia dietro di se una scia di feromoni sessuali che attirano i maschi (volo nuziale). Di tutti i fughi solamente alcuni riusciranno a raggiungere la regina e ad accoppiarsi con essa. I “fortunati” vincitori dovranno far dono dei propri organi copulatori, poiché essi vengono strappati per rimanere nella borsa copulatrice della regina e costituire il cosiddetto segno di fecondazione. Gli organi copulatori verranno estratti in un secondo momento dalle api operaie, dopo che la neo-regina è tornata all’alveare. La regina viene fecondata una sola volta, ma gli spermi ricevuti nella sua spermateca serviranno per tutte le uova fecondate che essa deporrà in seguito. La deposizione minima giornaliere non scende mai sotto le 100 uova e arriva fino a 2500-3000 uova al giorno nei periodi di massima produzione di miele!

Indipendentemente dal successo o meno, i fuchi, dopo aver svolto il proprio compito riproduttivo, non saranno più accettati all’interno della colonia e, quindi, saranno destinati a morire in poco tempo.

La colonia delle api, da un punto di vista biologico, può essere considerata come un super-organismo, ovvero come una singola entità formata da tanti individui strettamente interconnessi e dipendenti tra loro. Una tale conformazione implica la necessità di un complesso ed efficace sistema di comunicazione.
Le api sono in grado di “conversare” tra loro attraverso due tipi di comunicazione, una di tipo semiochimico, mediante la produzioni di feromoni che inducono determinati comportamenti, e una di tipo fisico, le cosiddette “danze”, che le api attuano quando vogliono trasmettere un preciso messaggio alle compagne.

Il miele, vale a dire il noto alimento originato dalle api, è prodotto dalle stesse partendo dal nettare delle piante angiosperme e dalla melata, un derivato liquido, ricco di zuccheri, della linfa degli alberi, creato dal processo digestivo di alcuni insetti succhiatori, come la metcalfa (Metcalfa pruinosa), che trasformano la linfa delle piante digerendo/assimilando la parte proteica ed espellendo la parte zuccherina.

La produzione del miele comincia nella borsa melaria (ingluvie), struttura dell’ape operaia dove il nettare raccolto viene accumulato. Giunta all’alveare, l’ape rigurgita il nettare e le api operaie rimaste a presenziare l’alveare lo ingoiano cominciando il processo di digestione per scindere gli zuccheri complessi in zuccheri semplici. L’elaborato così ottenuto viene deposto in strati sottili sulle pareti delle celle dei favi e lasciato lì in attesa che si disidrati, per prevenirne la fermentazione.
Con lo scopo di agevolare il processo di disidratazione le api “ventilatrici”, muovendo velocemente le proprie ali, mantengono nell’alveare una corrente d’aria che facilità l’evaporazione dell’acqua.

Il miele impiega mediamente poco più di un mese per maturare, anche se molto dipende dell’umidità iniziale dello stesso. Sebbene la procedura per la sua produzione sia la stessa, il suo sapore e consistenza può variare, anche di molto, in base al nettare preferenziale usato dalle api.

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