a cura di Marta Frigerio (fonte: RivistaNatura.com)

La specie umana sta procedendo verso l’ autoestinzione. Questa è una conclusione netta e provocatoria emersa dallo studio condotto da Paolo Rognini del dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa e pubblicata sulla rivista scientifica Biological Theory.

Non siamo adatti all’era in cui viviamo
Secondo Rognini «Stiamo scoprendo che i nostri crani ospitano cervelli che danno ancora risposte ancestrali e non adattative all’era in cui viviamo. In pratica abbiamo alcuni comportamenti, residui di risposte arcaiche, che ci porteranno a distruggere il pianeta e, di conseguenza, noi stessi, realizzando così una versione del tutto inedita dell’evoluzione: l’autoestinzione di una specie».
Insomma, non siamo adatti a questa epoca e, di conseguenza, potremmo non sopravvivere.

Il ruolo delle pulsioni arcaiche
Lo studio è stato compiuto utilizzando un nuovo modello – denominato Vestigial Drifting Drives (VDD), letteralmente “pulsioni arcaiche alla deriva” – che fa riferimento all’idea secondo la quale i comportamenti, al pari degli altri caratteri di una specie, subiscano trasformazioni che talvolta sfuggono alla logica della sopravvivenza del più adatto; questi comportamenti possono “andare alla deriva” non appena vengono rimosse le “funi” che li tenevano fissati al “molo” delle necessità.

«Ed è proprio quello che già Konrad Lorenz negli anni ’70 del secolo scorso ipotizzò, ovvero che alcuni comportamenti umani, apparentemente non funzionali, fossero residui di moduli che erano stati adattativi in un passato più o meno remoto, fra cui, ad esempio, le paure irrazionali dell’infanzia o la fobia dei serpenti e dei ragni», spiega Rognini.

Tra gli altri comportamenti residuali non adattivi Rognini indica anche l’eccessiva rapacità nei confronti delle risorse e l’impulso all’espansione. Tendenze che nel Paleolitico ci hanno garantito la sopravvivenza oggi invece, complice il progresso tecnico, porterebbero al sovra sfruttamento delle risorse e alla sovrappopolazione, minacciando così di portare il pianeta Terra verso il definitivo collasso.

La rapacità che porta alla fine
Gli esempi non mancano: la storia mostra che talvolta i gruppi umani – a causa del sovra sfruttamento delle risorse – possono implodere.
Questo è quello che accadde agli Anasazi del Nord America, agli abitanti dell’Isola di Pasqua, ai norvegesi della Groenlandia.
«Oggi ciò potrebbe accadere su larga scala viste le dimensioni globali che la crisi ecologica ha assunto», spiega il ricercatore.

Ma perché gli esseri umani prelevano più del necessario fino ad esaurire una determinata risorsa?

«Tra i 2 milioni e i 50.000 anni fa abbiamo fatto parte integrante dell’ecosistema e, anche se super-predatori, siamo rimasti soggetti al controllo dell’ambiente come tutti gli altri animali».
Poi, le regole del gioco sono cambiate e l’uomo è diventato sempre più vorace di nuove risorse.

La bomba ad orologeria dell’aumento demografico
Il crescente aumento demografico potrebbe portare ad un definitivo collasso ecologico entro pochi decenni.
«Negli ultimi 10.000 anni, l’umanità è infatti passata da pochi milioni di individui a oltre sette miliardi e mezzo. Dal punto di vista del nostro rapporto con l’ambiente questo si traduce in una serie di criticità quali la scomparsa di migliaia di specie viventi ogni anno, la deforestazione, il riscaldamento globale, la perdita di biodiversità, la desertificazione e l’inquinamento», puntualizza Rognini.

Aggiornare il nostro software
Insomma, la nostra specie è depositaria di alcuni elementi organici e comportamentali che non sembrano essere cambiati dall’era del Pleistocene ad oggi.
«In questo senso le Vestigial Drifting Drives potrebbero essere una sorta di “software bio-culturale” inadatto all’ambiente attuale – conclude il ricercatore –. Se non aggiorneremo il software delle nostre false convinzioni, come l’inesauribilità delle risorse, l’espansione illimitata della specie o il vorace accaparramento di risorse, potremmo rischiare l’ autoestinzione: un fenomeno che si rivelerebbe unico nella storia delle specie viventi».

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