a cura della Dott.ssa Ilaria Falconi

Introduzione

Il Decreto Legislativo 51 del 7 Marzo 2008 e il Decreto Legislativo n. 30 del 13 marzo 2013 conferisce all’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) la responsabilità della preparazione e realizzazione dell’inventario nazionale dei gas serra.

L’inventario nazionale delle emissioni in atmosfera rappresenta lo strumento indispensabile di verifica degli impegni assunti dall’Italia a livello internazionale sulla protezione dell’ambiente atmosferico, non solo per quanto attiene alla Convenzione Quadro sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC) e al Protocollo di Kyoto, ma anche in relazione alla Convenzione di Ginevra sull’inquinamento atmosferico transfrontaliero a lunga distanza (UNECE-CLRTAP), e alle Direttive europee sulla limitazione delle emissioni (Direttiva NEC).

L’inventario delle emissioni annuali viene preparato con riferimento al territorio nazionale per l’anno x-2 effettuando una revisione dell’andamento della serie storica. Ad esempio, nel 2020 è stato realizzato l’inventario per l’anno 2018 e revisionata la serie storica dal 1990 al 2018.
Tale inventario è sempre riferito all’anno x-2 in quanto occorre analizzare i dati di base forniti dal Sistema statistico nazionale; dall’annuario dei dati dell’Istituto nazionale di statistica per quanto riguarda le informazioni del settore agricoltura; dal Ministero dello Sviluppo Economico per il bilancio energetico; dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti per le informazioni inerenti il trasporto marittimo, aereo e veicolare; e, infine, dal Gestore nazionale della rete elettrica (TERNA).

I dati dell’inventario sono ufficialmente comunicati annualmente dall’Italia attraverso la compilazione del Nomenclature Reporting Format (NRF) e dell’Informative Inventory Report (IIR).
Inoltre, ogni cinque anni l’Italia deve redigere e presentare l’inventario delle emissioni dei gas serra e degli inquinanti transfrontalieri a lungo raggio disaggregate a livello provinciale.
L’inventario delle emissioni rappresenta, quindi, uno strumento di importanza fondamentale per le strategie di mitigazione dei cambiamenti climatici e per quelle di riduzione dell’inquinamento atmosferico, in ambito locale e a livello transfrontaliero, in quanto fornisce una stima quantitativa della pressione emissiva che insiste su un determinato territorio al fine di collocare spazialmente le varie fonti emissive presenti nell’area e di quantificarne i relativi contributi.

Le informazioni fornite dalla elaborazione e stesura di tali inventari sono fondamentali per determinare e comprendere su quale sorgente emissiva chiave può essere più efficace o prioritario agire per ridurre la formazione dell’inquinante di interesse o, nel caso di inquinanti secondari, per limitare la produzione dei precursori.

Nell’IIR vengono analizzati gli andamenti delle serie storiche delle emissioni a partire dal 1990; descritte le sorgenti chiave e stimate le incertezze ad esse associate; spiegate le metodologie di stima riconosciute dall’IPCC, le fonti dei dati di base ed i fattori di emissione utilizzati per le stime; e, infine, descritte le attività di verifica effettuate sui dati.

Il trend emissivo: la serie storica 1990-2018

Le stime delle emissioni riportate nell’IIR sono state ufficialmente trasmesse al Segretariato della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC) ed alla Commissione Europea nell’ambito del Meccanismo di Monitoraggio dei Gas Serra.
Le emissioni totali di gas serra, espresse in CO2 eq., escludendo il settore LULUCF, sono diminuite del 17.2% tra il 1990 ed il 2018, passando da 516 a 428 milioni di tonnellate di CO2 eq.
In tale periodo, infatti, le emissioni totali di gas serra mostrano un trend di decrescita per la maggior parte degli inquinanti ad eccezione degli idrofluorocarburi (HFC o F-gas).
L’incremento delle emissioni di HFC è connesso all’aumento dell’utilizzo dei condizionatori nelle autovetture e all’attuazione del Protocollo di Montreal1. In particolare, per l’anidride carbonica, gli ossidi di zolfo, gli ossidi di azoto, il monossido di carbonio, i composti organici volatili non metanici (NMVOC) e il piombo il livello di riduzione delle emissioni è particolarmente rilevante in quanto è pari, rispettivamente, a -20.5%, -94%, -68%, -69%, -54% e -95%.
Dal 1990 al 2018, inoltre, le emissioni di gas serra sono diminuite in tutti i settori, ad eccezione di quello dei rifiuti in cui si rileva un incremento del 5.7%. Nel dettaglio, le emissioni sono diminuite del 18.7% per il settore energetico, del 14.2 % per i processi industriali e del 13.0% per l’agricoltura rispetto ai livelli del 1990.

Tali riduzioni sono state determinate dalla crescita della produzione di energia da fonti rinnovabili quali l’idroelettrico e l’eolico, dalla sostituzione dei combustibili fossili con il gas metano nella produzione di energia elettrica e nel settore dell’industria, da un incremento dell’efficienza energetica, dall’introduzione nel settore industriale di tecnologie di abbattimento negli impianti di produzione di acido nitrico ed adipico, dalla propagazione del numero di veicoli con minor consumo di combustibile per km, dalla riduzione in termini di percorrenze totali, specialmente, per le macchine a benzina e i veicoli merci, dalla riduzione dei consumi energetici e delle produzioni industriali a causa della crisi economica e della delocalizzazione di alcuni settori produttivi.

Le emissioni in agricoltura

Le emissioni derivanti dal settore agricoltura costituiscono il 7% delle emissioni di gas serra totali, circa 30 milioni di tonnellate di CO2 equivalente. L’agricoltura, infatti, determina emissioni di gas climalteranti in atmosfera, prevalentemente imputabili alla produzione di metano (CH4), protossido di azoto (N2O) e, in misura minore, anidride carbonica (CO2).

Per il settore agricoltura le principali categorie emissive sono rappresentate dalla fermentazione enterica (emissioni di CH4), dalla gestione delle deiezioni in tutte le fasi, dal momento dell’escrezione nel ricovero fino alla distribuzione in campo (emissione di CH4 e N2O), dai suoli agricoli (emissione di N2O), dalla coltivazione delle risaie (emissioni di CH4) e dalla combustione dei residui agricoli (emissione di CH4 e N2O). Non meno rilevanti, però, in considerazione dei co-fattori connessi (erosione e biodiversità del suolo), sono le emissioni connesse alla gestione del suolo.

Nel dettaglio, l’ISPRA rileva che circa l’80% delle emissioni di gas serra derivano dagli allevamenti, in particolare dalle categorie di bestiame bovino (quasi il 70%) e suino (più del 10%), mentre il 10% proviene dall’utilizzo dei fertilizzanti sintetici.

Dall’analisi dei dati ISPRA si rileva, tra il 1990 e il 2018, una riduzione delle emissioni di gas serra pari al 13%. In particolare, nel 2018 le emissioni di metano e protossido di azoto sono diminuite, rispettivamente, del 10.8% e del 32.0% rispetto ai livelli del 1990.

Tali riduzioni si attribuiscono principalmente a una concomitanza di diversi fattori, quali la diminuzione della consistenza zootecnica, i cambiamenti nella gestione delle deiezioni animali, la riduzione delle superfici coltivate e delle produzioni agricole, il minor impiego di fertilizzanti sintetici azotati e all’attuazione dei programmi della Politica Agricola Comune. Inoltre, negli ultimi anni, è aumentata la quota di energie rinnovabili da consumi energetici nazionali, con una forte espansione del numero di impianti per la produzione di biogas, soprattutto nel settore agricolo.

Nell’IIR l’ISPRA stima, anche, le emissioni di ammoniaca, inquinante atmosferico precursore del particolato atmosferico, poiché è fortemente connesso all’NO2 avendo l’azoto come fonte comune di emissione. Ciò implica che le misure di riduzione dell’ammoniaca comportano in molti casi anche la riduzione delle emissioni di protossido di azoto.

Le emissioni di ammoniaca derivanti dal settore agricoltura sono diminuite del 23%, pari a 345.000 tonnellate di NH3, rispetto ai livelli del 1990.
Le riduzioni, anche in questo caso, sono dipese dalla diffusione delle tecniche di riduzioni delle emissioni, dal recupero del biogas a fini energetici e dalla diminuzione delle consistenze zootecniche, dell’utilizzo dei fertilizzanti sintetici, delle superfici e delle produzioni agricole.

In conclusione, si rileva che le emissioni derivanti dall’agricoltura, proprio per la peculiarità del settore di produzione della filiera agroalimentare, sono in parte incomprimibili. Tuttavia, negli ultimi anni è il settore che ha fatto registrare le maggiori riduzioni delle emissioni.

Focus: il trend delle emissioni 2019 e 2020

L’ISPRA, anche, per il 2019 conferma il disaccoppiamento tra l’andamento delle emissioni di gas serra e la tendenza dell’indice economico (PIL) in quanto si rileva una riduzione di tali emissioni del 2.0% rispetto all’anno precedente e una crescita del PIL pari allo 0,3%.

Tale andamento è dipeso dalla riduzione della produzione di energia elettrica (-4,0%) e dei consumi energetici da parte dei settori dell’industria (-3,7%), dei trasporti (-0,6%) e del riscaldamento (-1,8%).

Per quanto concerne il primo trimestre del 2020, pur in assenza di dati scientifici consolidati, si prevede una consistente riduzione delle emissioni di gas serra a livello nazionale a causa delle misure ristrettive previste dal Governo su tutto il territorio nazionale.

Per tale periodo si presume, quindi, che le emissioni sul territorio nazionale saranno inferiori del 5 – 7% rispetto ai livelli dello stesso trimestre del 2019.

Tali riduzioni sono dipese principalmente dal settore dei trasporti, a causa della riduzione del traffico privato nelle città, e in misura minore dal settore del riscaldamento civile per il blocco delle attività produttive e per la chiusura parziale o totale degli edifici pubblici e delle attività commerciali. Per il settore industriale e termoelettrico si stima una riduzione pari a circa il 20%, mentre per quello domestico si rileva un aumento del 7%.

Infine, durante i mesi di aprile e maggio, l’ISPRA registra una diminuzione media delle emissioni di ossidi di azoto del 50% e del 10% per le polveri sottili determinata dalla riduzione del traffico marittimo, aereo e veicolare.

Tuttavia, occorre evidenziare che le riduzioni sopramenzionate non rappresentano una soluzione alla crisi climatica, che ha invece necessità di modifiche strutturali, tecnologiche e comportamentali che siano in grado di ridurre al minimo le emissioni di gas serra nel medio e lungo periodo.

Conclusioni

Durante il lockdown l’assenza di disturbo antropico ha permesso alla natura di riprendersi i propri spazi: i canali di Venezia limpidi, le acque dei fiumi trasparenti, la diffusione di coleotteri sabulicoli, la nidificazione di uccelli come il fratino e la diffusione di piante sulle dune determinato dall’assenza del calpestio come il ravastrello marino, lo sparto pungente e il giglio delle sabbie.

Il monitoraggio della qualità dell’aria durante il lockdown non può considerarsi un deadline in termini di indirizzo delle politiche di contenimento, ma può essere inteso come un target a cui poter far riferimento per sviluppare le politiche attuali e future.

Durante il knockdown, infatti, bisogna tenere conto di ciò che abbiamo osservato in questi mesi. Il modello economico pre-CoViD non è resiliente e sostenibile in quanto non tiene in considerazione e non quantifica economicamente gli impatti sanitari, il danno ambientale e la conseguente perdita dei servizi ecosistemici.

La ripresa economica, quindi, non deve essere distonica con la tutela dell’ambiente.

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