L’ippopotamo

L’ippopotamo

Articolo di Gabriele La Malfa

In Italia una versione di fantasia dell’ippopotamo è stata per molto tempo la “mascotte” di una nota marca di pannolini per bambini, pertanto tale animale, almeno dalle nostre parti, è stato spesso identificato come una creature mansueta ed innocua. Nulla di più lontano dalla realtà, infatti avvicinarsi troppo ad un territorio presieduto da un gruppo di ippopotami può risultare estremamente pericoloso. Basti pensare che in Africa le sue aggressioni rappresentano la maggiore causa di morte per l’uomo legata agli attacchi degli animali, superando anche coccodrilli e leoni.

Quello comunemente identificato come “ippopotamo” è l’Hippopotamus amphibius (ippopotamo anfibio), un grosso mammifero erbivoro africano (il secondo in grandezza dopo l’elefante) avvezzo alla vita acquatica. Insieme All’ippopotamo pigmeo (Hexaprotodon liberiensis) sono le uniche specie viventi appartenente alla famiglia degli ippopotamidi (Hippopotamidae).

L’ippopotamo rientra nell’ordine degli artiodattili (ungulati con numero pari di dita) e per lungo tempo si è ritenuto discendesse dallo stesso ceppo della famiglia dei suidi (cinghiali, facoceri, ecc.).
Recenti studi hanno evidenziato invece come esso abbia, molto probabilmente, un antenato comune, semi acquatico, con i cetacei, che si differenziò dagli altri artiodattili circa 60 milioni di anni fa. Quindi, da un punto di vista genetico, gli ippopotami hanno più cose in comune con una balena piuttosto che con un maiale o un bufalo. Tale scoperta ha reso l’ordine degli artiodattili un ordine non monofiletico, ossia un ordine in cui le specie che lo compongono non discendono tutte da un antenato comune.

In passato la famiglia degli ippopotamidi contava molte più specie e un’ampia diffusione non solo in Africa, ma anche in Asia e in parte dell’Europa. Oggi le uniche due specie viventi sono relegate ad alcune aree fluviali e lacustri dell’Africa centrale e meridionale.
Attualmente l’Hippopotamus amphibius e l’Hexaprotodon liberiensis non rientrano tra le specie ad alto rischio di estinzione, tuttavia è un fatto che il loro areale sia attualmente soggetto ad una sempre maggiore contrazione e restringimento.

Gli esemplari adulti di ippopotamo anfibio hanno una lunghezza del corpo che varia da 3,30 a 3,80 metri, un’altezza al garrese di circa 1,50 metri e un peso compreso tra 1,5 e 3 tonnellate (i maschi sono chiaramente più grossi delle femmine).
La pressione mascellare è veramente notevole, 400 kg per cmq, fatto che lascia ben intuire la potenziale letalità del suo morso. Per avere un’idea basti pensare che con una tale forza può spezzare facilmente la spina dorsale ad un coccodrillo!
I denti variano da 36 a 40 (gli incisivi possono essere da 4 a 6 per arcata), i canini rappresentano una temibile arma di difesa/offesa, spuntano all’esterno come zanne affilate e sono a crescita continua, arrivando a misurare anche più di 50 cm. La bocca può essere spalancata fino ad un angolo di ben 150°!

La corporatura tozza e tondeggiante è conseguenza del suo adattamento alla vita in acqua, dove sicuramente l’animale risulta più agile, tuttavia non bisogna farsi trarre in inganno, anche fuori dall’acqua non è poi tanto goffo, riuscendo ad inerpicarsi, senza troppi problemi, sulle ripide sponde di fiumi e laghi e correndo fino ad una velocità di circa 30 km/h.
L’ippopotamo è totalmente glabro, se si escludono le lunghe vibrisse sul muso ed il ciuffo di peli alla fine della coda, la sua pelle non offre una barriera molto efficiente contro l’evaporazione (proprio a testimonianza della sua attitudine acquatica). A parità di superficie e tempo la perdita di acqua per evaporazione è dalla 3 alle 5 volte superiore rispetto all’uomo. La sua cute manca totalmente di ghiandole sebacee in grado di secernere sostanze grasse, che possano fungere da isolante contro la disidratazione. In alternativa possiede delle ghiandole cutanee che producono un liquido vischioso e alcalino (ricco di sali minerali), esso da un lato limita la disidratazione, sebbene in modo meno efficiente rispetto al grasso, dall’altro ha una notevole funzione cicatrizzante (non a caso le ferite dell’animale tendono a cicatrizzare con estrema rapidità).

L’ippopotamo è piuttosto selettivo nella scelta dell’erba da brucare (costituita da diverse specie di graminacee dei generi Panicum, Urocholora o Cynodon), spesso preferisce le specie più gustose e tralascia le altre. L’animale strappa l’erba raso al suolo con le rigide labbra cornee, questa caratteristica ha un ruolo importante a livello ecologico, infatti contribuisce ad evitare/limitare gli incendi nella Savana e a creare delle ampie aree “taglia fuoco”. Mediamente i suoi pascoli si trovano a 2,5-3 km di distanza dal punto d’acqua, anche se in caso di carestia possono arrivare a 10 km.
Rispetto alla massa non ha bisogno di consumare una grande quantità d’erba, circa 40 kg al giorno, corrispondenti, mediamente, ad appena l’1,5% del proprio peso corporeo.
L’apparato digerente dell’ippopotamo è alquanto particolare. Pur non essendo un ruminante, possiede un enorme stomaco di forma ricurva, suddiviso in quattro cavità, studiato per rallentare il transito del cibo e, quindi, aumentare la sua assimilazione a livello dell’intestino. In più l’apparato digerente ospita una moltitudine di protozoi ciliati in grado di scindere la cellulosa (il processo digestivo è molto lento, circa 22-24 ore).
Sebbene l’ippopotamo sia considerato un mammifero erbivoro, in caso di carestia prolungata si hanno testimonianze che lo hanno visto cambiare totalmente dieta, comportandosi da carnivoro spazzino o addirittura cannibale.

Gli ippopotami vivono in gruppi di 30-35 esemplari, con un maschio dominante a capo. In genere i gruppi hanno una densità maggiore se lungo le sponde di un fiume (circa 30 individui ogni 100 metri) ed inferiore nel caso delle sponde di un lago (7-8 individui ogni 100 metri).
I maschi giovani usano un atteggiamento sottomesso nei riguardi del maschio dominante, questo finché non intendono contendergli il ruolo di dominante. Gli scontri che ne seguono sono molto cruenti, provocando spesso ferite, anche profonde, ai contendenti e, alle volte, addirittura la morte del perdente.

I piccoli nascono sempre durante la stagione delle piogge. Quindi i parti avvengono una volta all’anno nelle regioni in cui c’è una sola stagione delle piogge, come nell’Africa meridionale, e due volte l’anno dove questa si ripete, come nell’Africa orientale.
La gestazione dura 8 mesi e i cuccioli (in genere uno e raramente due) vengono allattati fino ad un anno di età. Le femmine hanno solo due mammelle inquinali e i piccoli prendono il latte sott’acqua, in apnea (possono resistere fino a 2-3 minuti).
Il periodo infantile è quello più a rischio per questi animali, nel primo anno di età si ha un tasso di mortalità intorno al 45%, infatti mentre gli adulti non hanno effettivi predatori naturali, i cuccioli sono spesso presi di mira da coccodrilli, iene e leoni.

gruppo di ippopotami

Un gruppo di quattro ippopotami anfibi (Hippopotamus amphibius) che bruca sulle sponde di un lago. Questi animali possono resistere in apnea sott’acqua fino a 5 minuti e hanno una notevole resistenza nel nuoto. In rapporto alla stazza non risultano molto longevi, da 30 a 40 anni massimo.
La parola ippopotamo deriva dal greco e significa “cavallo di fiume”.

Hippopotamus amphibius

Nella foto un ippopotamo col dorso pieno di bufaghe. Questi uccelli passeriformi sono noti anche col nome di “uccelli-zecca” e hanno la caratteristica di nutrirsi dei vari parassiti che infestano la pelle dei grandi mammiferi africani. Le feci degli ippopotami costituiscono uno tra i migliori concimi naturali per la savana e le aree verdi africane.

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