L’okapi, un giraffide “travestito” da zebra

L’okapi, un giraffide “travestito” da zebra

Articolo di Gabriele La Malfa

Probabilmente osservando un’okapi (Okapia johnstoni) la prima cosa che salta all’occhio sono le strisce bianco-nere sulle zampe anteriori e posteriori. Proprio tale caratteristica indusse in errore i primi esploratori/studiosi europei, che credettero questo animale una sorta di incrocio tra una zebra e una giraffa (quello che sarebbe potuto essere l’anello di congiunzione tra equidi e giraffidi).
In seguito lo studio del DNA confutò la suddetta teoria, evidenziando, invece, come l’animale fosse strettamente imparentato con la giraffa. Tra l’altro I’Okapia jhonstoni e la Giraffa camelopardalis sono le uniche due specie viventi della famiglia dei giraffidi (Giraffidae).

Le dimensioni dell’okapi sono quelle di un cavallo medio-piccolo, ossia circa 1,5 metri di altezza al garrese (il punto più alto del dorso, la zona d’incontro tra collo e scapole), 2,5 metri di lunghezza complessiva e un peso tra i 200 e i 350 kg.

Oltre alle zebrature sulle zampe altre peculiarità dell’okapi sono il lungo collo estremamente mobile (di certo non raffrontabile con quello della giraffa), le piccole corna coperte di pelle presenti sul capo dei maschi (ossiconi), analoghe a quelle della giraffa, e la flessibile e lunghissima lingua, che gli consente di raggiungere addirittura le palpebre e le orecchie (caratteristica unica tra i mammiferi odierni).

Gli okapi sono diffusi nelle foreste pluviali nord-orientali della Repubblica Democratica del Congo (Centro Africa) e sono animali solitari e territoriali, si riuniscono soltanto nel periodo degli accoppiamenti (tra maggio e giugno e tra novembre e dicembre). La gestazione della femmina dura circa 14-15 mesi e, salvo casi eccezionali, viene dato alla luce un singolo cucciolo.

Vivendo in un ambiente chiaramente meno illuminato rispetto alla savana (foresta pluviale) ed essendo attivo anche durante alcune ore della notte, l’okapi ha una serie di adattamenti sensoriali differenti rispetto alla cugina giraffa. Vista meno acuta, ma retina ricca di bastoncelli (cellule fotosensibili che consentono la visione “monocromatica” in caso di scarsa luminosità), orecchie e timpani molto sviluppati, apparato dell’olfatto estremamente efficiente.

Fino a poco tempo fa gli okapi non erano considerati una specie a rischio d’estinzione, tuttavia in seguito a recenti controlli si è rilevato un significativo calo della popolazione dal 1995 ad oggi, situazione che potrebbe peggiorare ulteriormente in mancanza di efficaci azioni di tutela.
Il suo principale predatore naturale è il leopardo, ma, come spesso avviene, non è lui a costituire il reale problema, bensì l’uomo con la caccia e la distruzione degli habitat naturali.

L’okapi è un ungulato erbivoro appartenente al sottordine dei ruminanti (Ruminantia), pertanto possiede uno stomaco diviso in 4 cavità (3 prestomaci “reticolo, rumine, omaso” ed uno stomaco ghiandolare “abomaso”) e presenta il comportamento delle ruminazione (l’animale rigurgita nella bocca il materiale vegetale precedentemente ingerito, lo tritura finemente, lo insaliva e lo ingurgita di nuovo, questo  allo scopo di favorire le reazioni fermentative operate dai microrganismi dei 3 prestomaci).

Okapi maschio

Okapi è il nome usato dai pigmei per identificare l’animale, il nome della specie “johnstoni” deriva dallo studioso inglese Harry Johnston, che lo descrisse formalmente nel 1901. Anche se in realtà il primo esploratore europeo che lo osservò fu Henry Morton Stanley nel 1887.

Okapi lingua

Nella foto si può notare la lunghissima lingua e l’estrema mobilità del collo. Sebbene l’okapi non possa vantare le stesse “misure” delle giraffa, mettendosi sulle zampe posteriori e sfruttando al massimo l’atipica lingua può arrivare a strappare foglie e germogli dagli alberi fino a circa 3 metri di altezza.

Rispondi