a cura di Gabriele La Malfa

Se si pensa ad un animale che possa raffigurare il simbolo dei cambiamenti climatici e dei loro effetti devastanti sugli ecosistemi, specialmente quelli più delicati, l’orso polare merita, suo malgrado, il podio d’onore. Questo grande mammifero può vivere in un ambiente estremo come il Polo Nord, proibitivo per molti altri animali, tuttavia proprio tale “dote” è anche la sua “debolezza”. Esso è fortemente vincolato al suo habitat naturale e allo stato di salute dello stesso, pertanto il riscaldamento globale, con il conseguente scioglimento dei ghiacci, sta mettendo a dura prova le sue capacità/possibilità di adattamento. Oggi si stima una popolazione complessiva di 20-25 mila esemplari in costante calo a causa dei cambiamenti climatici.

L’orso polare (Ursus maritimus), detto anche orso bianco per il suo manto, è un grosso mammifero carnivoro plantigrado, il più grande predatore terrestre oggi esistente.
La banchisa dell’Artide, ovvero la massa di ghiaccio galleggiante che si forma nelle regioni polari a causa delle basse temperature, è il suo habitat primario. Le nazioni dove è possibile trovare questo animale sono il Canada, gli Stati Uniti (Alaska), la Russia, la Danimarca (Groenlandia), l’Islanda e la Norvegia (arcipelago Svalbard).

La folta pelliccia bianca è altamente identificativa, anche se in realtà il manto non è bianco (pigmentato di bianco), ma è composto da peli “non pigmentati”, analogamente ai capelli bianchi dell’uomo. Proprio a causa di ciò la pelliccia dell’orso polare, diversamente da altri mammiferi artici, non si scurisce nei mesi estivi (non ha pigmenti che possano variare di colore).
Una tale peculiarità ha comunque i suoi vantaggi. Alla normale vista l’animale risulta totalmente bianco, quindi perfettamente mimetizzato con l’ambiente, tuttavia i raggi UV (Ultra Violetti) non vengono riflessi da alcun pigmento e possono raggiungere senza impedimenti l’epidermide sottostante che è nera, quindi in grado di massimizzare l’assorbimento delle radiazioni luminose (accumulo energia termica).
Un’altra peculiarità dei suoi peli è quella di essere cavi, l’aria al loro interno funge da camera d’aria isolante verso l’esterno. L’isolamento termico è così efficace che, se si osserva un orso polare con una videocamera a raggi infrarossi, soltanto il muso e la parte terminale delle zampe emanano calore percepibile.
Il risvolto della medaglia è rappresentato dalla facilità con cui il corpo dell’animale si può surriscaldare, infatti già a 10 °C sopra lo zero comincia ad andare in crisi.

Un esemplare adulto di sesso maschile pesa mediamente dai 400 ai 700 kg ed ha una lunghezza compresa tra i 2,4 e i 3 metri, in casi limite l’animale può arrivare anche alla tonnellata di peso. Il più grande esemplare di cui si abbia testimonianza certa è stato un maschio ucciso in Alaska nel 1960 (1002 kg per 3,4 metri).
Le femmine sono decisamente più piccole, mediamente da 200 a 300 kg per 1,3-1,5 metri di lunghezza. Durante la gravidanza il peso aumenta vistosamente (accumulo grassi di riserva) e può arrivare anche a 500 kg (mezza tonnellata). La gestazione dura circa 9 mesi e in genere vengono dati alla luce due cuccioli (dal peso di poco superiore al singolo kg).
Nonostante la notevole stazza l’animale è piuttosto agile, basti pensare che sulla terraferma arriva alla velocità di 50 km/h (per brevi tratti) e in mare può nuotare, anche su grandi distanze, a 10 km/h (proprio le sue notevoli doti acquatiche gli hanno giovato il nome scientifico di “Ursus maritimus”: orso marino).

Tra tutti gli orsi (famiglia Ursidae) quello polare è l’unico ad avere una dieta esclusivamente carnivora (d’altronde, visto il suo habitat, non potrebbe essere altrimenti).
La sua fonde primaria di nutrimento è costituita dalle foche, anche se, essendo il predatore alfa del suo ambiente, all’occorrenza si può nutrire di qualsiasi animale che non superi le sue dimensioni.

Il suo metodo di caccia alla foca è piuttosto tipico. Con il fine udito sente il rumore della preda sotto il ghiaccio, si apposta nei pressi di una spaccatura e, non appena la foca esce per respirare, la uccide con una possente zampata.

Nella foto una femmina di orso polare con il proprio cucciolo. La stagione riproduttiva va da marzo a fine giugno, in questo modo i cuccioli vengono dati alla luce in inverno, quando la madre è in letargo e quindi protetta nella buca scavata per passare i rigori dell’inverno (all’interno della tana la temperatura può essere anche di 40 gradi superiore a quella esterna).
Gli orsi polari vanno in letargo da settembre-ottobre fino a marzo-aprile, tuttavia va evidenziato come il loro (e in generale quello di tutti gli orsi) non sia un vero e proprio letargo, pur non assumendo cibo (sopravvivono bruciando le consistenti riserve di grasso accumulate durante l’estate), la loro temperatura corporea non scende di molto e le loro funzioni fisiologiche, seppur ridotte, si svolgono normalmente, permettendo, ad esempio, alle femmine di partorire e allattare i propri cuccioli.

Recenti studi hanno rivelato come la specie Ursus arctos (orso bruno) e quella Ursus maritimus (orso polare) abbiano origini comuni non troppo lontane nel tempo, derivate da una stessa linea evolutiva separatasi da quella dell’orso nero (specie Ursus americanus) circa 600 mila anni fa.
Probabilmente i primi orsi polari avevano un aspetto piuttosto simile all’orso grizzly (Ursus arctos horribilis), ma col passare delle generazioni, la loro pelliccia si schiarì sempre di più, fino a diventare completamente bianca.

L’orso polare è indiscutibilmente un ottimo nuotatore, le sue grandi zampe anteriori, leggermente palmate, sono usate per vogare in acqua. A conferma di ciò alcuni orsi polari sono stati avvistati in alto mare, ad oltre 100 km dalla terraferma, sebbene, presumibilmente, tali distanze non sono state raggiunte totalmente a nuoto, ma, almeno in parte, galleggiando su lastre di ghiaccio spinte al largo dalle correnti.
In natura la longevità dell’orso bianco si assesta sui 25-30 anni, mentre in cattività può arrivare anche oltre i 35 anni.

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