L’uomo e il cavallo

L’uomo e il cavallo

(il cavallo e l’uomo)

Articolo di Gabriele La Malfa

Le radici dell’albero genealogico del cavallo moderno affondano nel tempo, sino a giungere a circa 55 milioni di anni fa (inizio dell’Eocene).
Alcuni scavi paleontologici del 1989 hanno riportato alla luce, nel Nord America, i resti di un animale, il sifrippo (gen. Sifrhippus), che rappresenta probabilmente l’antenato comune più antico della famiglia degli equidi (Equidae). Questa creatura era molto piccola, della grandezza di un gatto (o poco più) e dal peso compreso tra i 4 e i 7 kg.

Sifrippo

Ricostruzione di un sifrippo (gen. Sifrhippus)

I suoi fossili furono inizialmente attribuiti al presunto equide ancestrale Hyracotherium, tuttavia in seguito alla riclassificazione cladistica operata nel 2002 da Froehlich, il genere Hyracotherium venne considerato come un genere polifiletico (riclassificato come un paleoteride e non come un vero e proprio equide) e conseguentemente molte delle specie prima attribuite ad esso furono riassegnate ad altri generi.

Quindi il processo evolutivo del cavallo prende le mosse nel corso dell’Eocene (55-34 milioni di anni fa) per proseguire più incisivo durante l’Oligocene (34-23 milioni di anni fa) e il Miocene (23-5,3 milioni di anni fa).
Un altro equide simile al sifrippo, ma più conosciuto e considerato per molto tempo lui come capostipite degli equidi, è l’eoippo (Eohippus angustidens), risalente a circa 50 milioni di anni fa. Questo “cavallo” aveva le dimensioni di una volpe e diverse caratteristiche che lo collegavano direttamente ai suoi predecessori più antichi: una testa relativamente corta, 44 denti con molari irregolari, smussati e robusti, una schiena elastica ed arcuata e il garretto piuttosto basso. Le zampe erano relativamente lunghe, evidenziando l’inizio di un adattamento evolutivo per ottenere una maggiore velocità. Tutti e quattro gli arti avevano cinque dita, in quelli anteriori le dita di appoggio, munite di piccoli zoccoli, erano quattro, mentre in quelli posteriori erano tre.

A differenziare in maniera piuttosto evidente le successive tappe evolutive fu soprattutto l’estrema facilità di adattamento dimostrata dagli equidi rispetto a condizioni climatiche e ambienti differenti.
Grazie alla cospicua quantità di reperti e fossili rinvenuti, soprattutto in territorio nord americano, è oggi possibile ricostruire un quadro della sua evoluzione particolarmente delineato, più di quanto si possa fare per le altre famiglie di animali.

Pochi forse sanno che gli antenati del cavallo erano onnivori e solo dopo diversi milioni di anni diventarono erbivori e che non avevano un singolo grande zoccolo per zampa, ma un arto inferiore dotato di più dita allargate (come descritto sopra a proposito dell’eoippo), adatte a camminare sui terreni soffici e umidi dei sottoboschi.

Con l’inaridimento del clima terrestre, iniziato nell’Oligocene, e la conseguente scomparsa di molte foreste primordiali, sostituite dalla savana e più a nord dalla steppa, si registrò un aumento di predatori atti a vivere lontano dalle umide e buie foreste. Una seria minaccia per la vita degli antenati del cavallo. Non avendo efficaci armi di difesa, per contrastare gli attacchi di questi predatori, l’evoluzione (attraverso la selezione naturale) fece sì che gli equidi puntassero sul fattore “velocità”. Gli arti si fecero sempre più lunghi e le dita multiple cominciarono a mutare in un singolo dito con un grosso zoccolo. In tal modo, attraverso vari passi evolutivi, poterono perfezionare le loro caratteristiche di velocità e resistenza nella corsa (fattori che gli hanno consentito di giungere con successo fino ai giorni nostri).

Come esplicato all’inizio, i primi antenati dei cavalli erano endemici del continente nord americano. Al termine del Pliocene (2,6 milioni di anni fa) il Nord America andò incontro ad una repentina mutazione dell’ambiente dovuta alla prima delle sette fasi glaciali del Quaternario. Questo spinse interi branchi di Pliohippus (genere estinto di equide, molto simile al cavallo odierno) a cercare rifugio in Sud America e a giungere prima in Asia e poi in Europa attraversare lo Stretto di Bering, che all’epoca formava un istmo ghiacciato collegante l’Alaska all’Asia.

La specie più antica di cavallo “odierno”, denominata Equus stenonis, fu scoperta in Italia, risalente a circa 2,3-2,5 milioni di anni fa (inizio del Quaternario). Questo equino evolse rapidamente in due rami, uno più leggero e agile, uno più pesante e resistente.

Sebbene non si abbiano ancora certezze sulla causa (probabilmente a seguito di una pandemia infettiva), si sa con certezza che fra gli 8.000 e i 10.000 anni fa i cavalli si estinsero da tutto il continente americano. A reintrodurli furono, molti millenni dopo, i conquistadores spagnoli (a partire dal 1500, XVI secolo).

Oggi il genere Equus, tra l’altro l’unico genere vivente della famiglia degli equidi, comprende due specie domestiche, il cavallo (Equus caballus) e l’asino (Equus asinus), e alcune specie selvatiche, come la zebra (Equus quagga) e l’onagro (Equus hemionus onager).

evoluzione del cavallo

Il Merychippus, dimensioni a parte (alto circa 110 cm), era un equide già piuttosto simile all’odierno cavallo, vissuto da 17 a 11 milioni di anni fa. La differenza più evidente stava nell’avere due dita lunghe su entrambe i lati del piede (il dito d’appoggio, dotato di un resistente zoccolo, era comunque uno).

Il cavallo è un animale di branco e non solitario, per questo motivo soffre di più rispetto ad altri animali quando è costretto a vivere lontano dai suoi simili. Predilige le praterie, i pascoli aperti, i luoghi liberi dove brucare, correre ed incontrarsi con gli altri cavalli.
L’uomo, quando ha capito che poteva addomesticarlo per i propri interessi, gli ha tolto questa prerogativa/diritto. L’ha soggiogato anche con sistemi brutali per renderlo accondiscendente; soprattutto gli euroasiatici per millenni hanno visto in questo animale nulla di più che uno strumento di guerra e di lavoro.

Nonostante il cavallo viva con l’uomo da millenni non gli si è mai “sottomesso” del tutto. In effetti è un animale molto particolare e, potremmo dire dal lato psicologico, ancora in parte sconosciuto.
L’uomo, che propende a porsi al centro dell’universo, tende ad ignorare le vere esigenze di tutti gli altri esseri senzienti, dimenticando troppo spesso il rispetto per le altre specie animali.
Recentemente l’Etologia (lo studio del comportamento animale nell’ambiente naturale) ci ha avvicinati di più al loro mondo, cominciando a farci capire che questi esseri gioiscono, soffrono e sognano come noi.
Allora, forse, il nostro atteggiamento di superiorità nei loro confronti presto potrebbe cambiare. Oggi infatti si assiste ad un crescente numero di persone che cercano con umiltà di conoscere e rispettare tutte le altre creature che popolano il nostro pianeta.

Accademia Kronos da sempre si è battuta e si batte per il diritto degli animali di avere una loro vita dignitosa, e non ha caso gestisce, in svariate sedi periferiche, le proprie guardie zoofili e ambientali, che ogni giorno hanno tra i loro compiti quello di controllare che non vengano perpetrati abusi sugli animali, perseguendo chi eventualmente li maltratta o li uccide.

Sui nostri amici a quattro zampe come i cani e i gatti, sappiamo quasi tutto, ora bisogna saperne un po’ di più sui cavalli, stupendi animali che hanno da sempre aiutato l’uomo ad evolversi e a migliorare. Concludo questo breve servizio riportando un estratto della lettera del capo indiano Seattle, della tribù di Duwamish, scritta nel 1854 al Presidente degli Stati Uniti Franklin Pierse:

“Tutto ciò che offende la terra, offende anche i figli della terra, tutte le cose sono poste in relazione tra loro. L’uomo bianco deve trattare gli animali come se fossero suoi fratelli. Se tutti gli animali venissero sterminati, gli uomini morirebbero di solitudine spirituale, perché tutto ciò che succede agli animali può capitare anche agli uomini”.

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