a cura di Filippo Mariani

E’ questa una voce in passivo da mettere nel nostro libro delle entrate e delle uscite. E’ una voce abbastanza pesante che incide profondamente anche sul PIL di ogni nazione. Non si può quindi mettere la testa sotto la sabbia e sperare che non accada nulla! Negli altri Paesi civili questa voce negativa è già considerata sul bilancio statale, da noi è quasi ignorata. Intanto il nostro Stato sa che alla fine, in caso di disastri ambientali può trovare e prelevare i soldi dai “soliti cittadini” attraverso tasse e balzelli in genere.

Sarebbe invece il caso di stabilire un fondo congruo capace di sostenere situazioni economicamente pesanti in caso di calamità naturali. Vediamo allora quanto incidono le calamità meteoclimatiche nelle “nostre tasche”.

Dal dopo guerra ad oggi le casse dello Stato e degli italiani hanno dovuto far fronte ai danni provocati da terremoti, alluvioni, incendi di boschi, frane e quant’altro per circa 250 miliardi di euro, con una media di circa 5 miliardi l’anno. Va però specificato che fino al 1990 la media annuale di spese per disastri ambientali e climatici non superava i 3 miliardi di euro l’anno, poi dal 1991 ad oggi c’è stato un crescendo pauroso di disastri meteoclimatici e di terremoti che hanno portato la spesa annua a 7/8 miliardi di euro l’anno. Se a tutto questo ci aggiungiamo le vittime e i feriti e, quindi, le spese sanitarie, le spese di riabilitazione e quelle delle casse integrazioni per le aziende danneggiate e poi i rimborsi all’agricoltura per raccolti distrutti ed i danni alla viabilità su rotaie e su gomme, la cifra annuale supera abbondantemente i 15 miliardi di euro l’anno. Una finanziaria!

Passando ad una visione più “planetaria” e restando in tema di vittime del “clima impazzito” gli esperti stimano 400 mila persone morte ogni anno, moltissime delle quali in Africa e in altre zone povere del pianeta. Tale moria è attribuibile alla mancanza di cibo per prolungate siccità, all’acqua poca ed inquinata e alle malattie da denutrizione. Di questo passo secondo esperti della FAO se il clima della Terra dovesse “impazzire ulteriormente” potremmo arrivare a 100 milioni di morti l’anno.

Tutto questo oggi ha determinato un abbassamento del PIL mondiale dell’1,6% , l’equivalente di 1.200 miliardi di dollari. Di questo passo, ci dicono gli esperti, potremmo arrivare nel 2030 ad accusare, sempre a livello mondiale, un abbassamento del PIL di oltre il 5%.

Restando da noi si è calcolato che il trend di aumento della temperatura e, quindi, un nuovo clima Mediterraneo, porterà siccità estive prolungate con devastanti incendi di foreste, “bombe” d’acqua autunnali con conseguenti allagamenti, smottamenti e frane, aumento dei parassiti, che potrebbero distruggere interi raccolti, ricoveri e morti per cause climatiche, ecc, ecc. Senza poi contare i costi per sostenere tutta quella povera gente che fugge da un’Africa sempre più rovente e invivibile. Il tutto per oltre 25 miliardi di costi euro annuali, una cifra che fa paura e di cui i governi del futuro dovranno farsi carico.

Ricorderanno tutti il famoso “Stern Review” del 2006 , ossia il documento scientifico prodotto dopo 2 anni di studi dallo scienziato Nicholas Stern e presentato al mondo dall’allora leader inglese Blair. Se ne discusse per mesi e mesi ed anche gli scettici alla fine compresero che gli effetti dei cambiamenti climatici avrebbero pesantemente condizionato le economie delle nazioni.
Questo studio prevedeva anche una serie di azioni da intraprendere per affrontare le conseguenze di un clima impazzito. Son passati 12 anni è molti politici se ne sono dimenticati, eppure Blair allora nel presentare il documento Stern aveva detto: «Sappiamo cosa sta accadendo e ne conosciamo le conseguenze per il pianeta. Siamo consapevoli adesso che un’azione urgente impedirà la catastrofe e che gli investimenti in tal senso ci torneranno utili nel tempo. Non riusciremo a giustificare il nostro fallimento alle generazioni future».

Con un investimento programmato, che possa incidere dello 0,5% sul nostro PIL, potremmo avviarci verso la strada dell’adattabilità ai fenomeni climatici estremi, intervenendo nelle zone più a rischio esondazioni, frane, incendi boschivi con opere di contenimento e di rafforzamento delle già esistenti infrastrutture. Stessa cosa per prevenire crolli da scosse telluriche: basterebbe sbloccare i fondi del tanto contestato Patto di Stabilità dei comuni per consentire a questi di mettere in sicurezza almeno gli edifici pubblici ricadenti in aree a rischio sismico. Si darebbe così anche respiro all’edilizia ormai in agonia e si produrrebbero decine di migliaia di posti di lavoro.

Un vecchio e noto proverbio recita: “meglio prevenire che curare“. Ed è questa la questione che al momento solo pochi parlamentari hanno posto all’attenzione del Governo. Quindi sul tema dei rischi seri dovuti ai cambiamenti climatici si continua a vivere alla giornata sperando che in futuro non accadano altri disastri come, ad esempio, questi di ottobre 2018. Ma non è con gli scongiuri e con le preghiere ai Santi che possiamo fermare il trend negativo di un clima impazzito, ci vuole ben altro…

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