Obama: diamo “gas” per la lotta climatica

Obama: diamo “gas” per la lotta climatica

(articolo di Piero Pelizzaro, Kyoto Club News)

Il nuovo piano di Barack Obama per la lotta ai cambiamenti climatici dipenderà moltissimo dal coinvolgimento dei singoli stati nel definire le azioni per raggiungere gli obiettivi stabiliti a Washington, seguendo l’esempio adottato per la riforma sanitaria che ha portato a risultati importanti.
Sono sicuro che vi sentirete dire le stesse cose di sempre, che questo piano penalizzerà la nostra economia e distruggerà molti lavori. Quello che però abbiamo poi constatato, che queste critiche vengono smontate quando si forniscono ai lavoratori e agli imprenditori gli strumenti e gli incentivi per innovare i loro processi” così Barack Obama si è presentato davanti a una platea di ambientalisti, intervenendo ad una conference call organizzata dall’American Lung Association.

Il nuovo piano di Barack Obama per la lotta ai cambiamenti climatici dipenderà moltissimo dal coinvolgimento dei singoli stati nel definire le azioni per raggiungere gli obiettivi stabiliti a Washington, seguendo l’esempio adottato per la riforma sanitaria che ha portato a risultati importanti.
L’amministrazione rafforza quanto di buono già avviato dagli Stati Federali durante l’era Bush. In quegli anni di totale assenza di politiche climatiche molti stati americani avevano intrapreso piani ed interventi di riduzione delle emissioni alla pari degli stati europei. La California e altri nove stati del Nordest hanno implementato un programma di cap-and-trade, mettendo un limite alle emissioni di carbonio e creando un mercato di compravendita dei crediti di CO2, permettendo una sostanziale riduzione del carbon footprint dei singoli stati.

Venendo all’oggi, il piano di riduzione delle emissioni non prevede uno standard unico per ridurre l’inquinamento delle centrali energetiche. La proposta presentata, che ora sarà soggetta al dibattito pubblico e al congresso, offre agli stati la flessibilità di scegliere da una lista di possibile opzioni normative. L’insieme delle azioni che dovranno intraprendere gli stati dovrebbe portare secondo quanto previsto dalla legge alla riduzione del 30% della CO2 entro il 2030 rispetto ai livelli d’emissione del 2005.

Come dichiarato da un dirigente della Environmental Protection Agency: “la proposta prevede il taglio delle emissioni inquinanti delle centrali termoelettriche che utilizzano carbone, la principale fonte di emissioni di gas serra degli USA, ed assegna ad ogni stato un obiettivo differente di riduzione, offrendo però una libertà di manovra nel definire il proprio piano d’intervento. Questo permetterà agli stati di identificare le soluzioni che meglio si adattano alle economie locali e di identificare il migliore mix energetico.” Per raggiungere l’obiettivo nazionale, gli stati federali potranno tra le diverse opzioni, chiudere le centrali a carbone, installare impianti ad energia eolica e solare – come già fatto dallo Iowa ed il Minnesota che oggi producono il 20% da fonti rinnovabili – aumentare gli strumenti di efficienza energetica o introdurre un programma cap-and-trade sul modello californiano. L’EPA ha altresì reso possibile l’introduzione di una carbon tax per gli stati americani.

Questa cambio di marcia improvviso del presidente Obama, dà seguito alle promesse fatte durante la sua prima campagna elettorale 6 anni fa e rilanciato durante il discorso alla nazione del Marzo 2013. (Art. Piero Pelizzaro – ISPRA); questo importante passo dimostra la volontà di utilizzare finalmente la propria leadership mondiale per contenere il surriscaldamento globale. Non va però dimenticato l’aumento di produzione di gas naturale (shale gas) nel territorio americano che ha portato gli USA da essere importatori di gas ad esportarlo, come dimostrano le firme dei primi contratti a livello internazionali firmati proprio con l’italiana ENEL. Le nuove fonti di approvvigionamento e la sempre più vicina autonomia energetica, ha permesso ad Obama di liberarsi dai vecchi vincoli del carbone e intervenire duramente nelle discussioni sulla lotta ai cambiamenti climatici.

E infatti le reazioni non si sono fatte attendere, da quanto si apprende dalle agenzie di stampa, la Cina – principale interlocutore per i futuri accordi sul clima che si dovranno raggiungere a Parigi nel 2015 – sembra aver deciso di introdurre un obiettivo nazionale di emissioni di carbonio (vedi: China’s Pollution Is Creating Dangerous Smog in the U.S.).

Durante una conferenza tenutasi a Pechino poco tempo fa, il deputy chairman dell’Advisory Committe per i Cambiamenti Climatici del governo cinese, Prof. He Jiankun, ha dichiarato che la Cina implementerà nei prossimi anni un sistema di carbon cap che influenzerà le politiche industriali e commerciali del governo. Oltre a questo il governo cinese continuerà ad utilizzare un indicatore di intensità del carbonio, questo strumento infatti permette di quantificare il livello di emissioni per unità di risultato economico. “ Il governo utilizzerà due strumenti per controllare il livello di emissioni della CO2 nei prossimi cinque anni, con l’intensità unitaria ed un limite complessivo” queste le indicazioni del professor He. Rimangono comunque delle perplessità su quanto dichiarato dal professor He, infatti essendo un advisor, e non un dirigente di alto livello del comitato centrale, bisognerà capire quanto di quello da lui dichiarato si realizzerà. Il timore che queste dichiarazioni siano state travisate dalla stampa internazionale, infatti nelle ultime ore sembra infatti che il professor He abbia chiarito che stesse parlando a titolo personale e non a nome del governo. Un importante chiarimento viene comunque da Aliun Yang, senior associate al World Resource Institute e specializzato sulla Cina: “Il Professor He è un influente advisor per il governo cinese. Qualunque cosa abbia detto non deve essere considerata come posizione ufficiale del governo, ma la sua visione rimane comunque di tutto rilievo sui prossimi della Cina. Il sole fatto che stiano considerando tale opzione, è un segnale estremamente positivo”.

Va ricordato che le emissioni cinesi sono aumentate del 50% dal 2005 ad oggi e le previsioni dicono che continueranno a farlo fino al 2030. Questo dato va esattamente in controtendenza rispetto a quanto recentemente dichiarato nel V Rapporto dell’IPCC, dove si chiede di fare in fretta ad invertire la tendenza delle emissioni per evitare la catastrofe.
Queste notizie hanno comunque entusiasmato il mondo ecologista e ha generato negli USA un fiume di critiche da parte delle principali imprese americane e dai deputati federali e nazionali – di entrambi gli schieramenti – che rappresentano gli interessi delle utilities utilizzatrici di carbone. Le potenti lobby del carbone hanno evidenziato come questo nuovo piano potrebbe portare ad un’impennata dei costi dell’energia. Il presidente Obama non è stato comunque intimorito da tali reazioni, avendo già vissuto la stessa esperienza per la riforma sanitaria.

A livello internazionale invece è ritornata la speranza per la COP del 2015 a Parigi. La possibilità dell’introduzione di un cap sulle emissioni del governo cinese e l’annuncio americano, può essere un’ottima spinta per rivitalizzare i moribondi trattati sul clima. Per oltre due decenni la Cina ha resisto ad un accordo di riduzione assoluto delle emissioni, in quanto questo poteva limitare lo sviluppo economico del paese. I fatti degli ultimi giorni fanno invece ben sperare in un cambio di marcia non solo americano e cinese. In questo l’Italia e l’Europa hanno un ruolo fondamentale per la costruzione di un percorso che sappia ripensare il principio di austerità anche in chiave ecologista e climatica, che sappia portare ad un nuovo importante e fondamentale accordo post-Kyoto.

Rispondi