a cura di Oliviero Sorbini

Tempo non ne abbiamo più. Da una parte i cambiamenti climatici, dall’altra l’avvelenamento dell’intero pianeta. Se 150 anni fa avessero domandato a una persona colta e ben informata quali danni il genere umano avrebbe potuto causare a se stesso e a tutto il sistema biologico del pianeta, questi non sarebbe riuscito, con tutto il pessimismo possibile, a immaginare la realtà di oggi. Solo qualche profezia, forse, ha anticipato l’attuale stato delle cose.

E se non c’è più tempo… allora è tempo di provare concretamente a cambiare modo di pensare e procedere. Forse è il momento di tornare a volare alto, a essere capaci di sognare, senza essere soltanto sognatori.

Cerchiamo di analizzare nel modo più oggettivo possibile la nostra società. E’ una società che si muove sull’interesse dei singoli, sul vantaggio immediato o comunque prossimo delle persone. Su questo principio si è sviluppato il capitalismo e lo sviluppo delle grandi società per azioni, quotate in borsa, che poi hanno generato le multinazionali e sul loro modello si sono modellate anche le società statali. E’ un giudizio sintetico che omette molto, ma purtroppo non lontano dal vero. Una società dove la responsabilità personale ha sempre più perso valore, nella quale, il più delle volte, i manager o amministratori pubblici (politici per primi) e privati si muovono e giustificano le loro scelte come soldati che devono eseguire degli ordini, pur perseguendo profitti a proprio vantaggio.

Sinceramente credo che dovremmo da una parte tornare a riuscire a pensare alla grande, cioè tornare ad avere obiettivi strategici di grande respiro, come per esempio la parziale riconversione di alcuni settori e apparati in favore di azioni per la mitigazione e l’adattamento agli effetti dei cambiamenti climatici. Ma dall’altra credo che dovremmo ben guardarci dal confondere un’idea, spesso un’ideale, con la nostra strategia. Un esempio non scelto a caso, dal quale voglio iniziare questa mia riflessione, è quello dell’atteggiamento del movimento ambientalista sulla questione rifiuti. “Rifiuti Zero” è senz’altro un obiettivo che suscita emozioni e risveglia la nostra capacità immaginativa. La filosofia del “No Waste” credo sia assolutamente corretta, nell’applicazione delle 5 R (Rifiutare ciò che è superfluo – Ridurre – Riutilizzare – Riciclare – Ridurre lo scarto). Non credo però sia corretto proporre lo slogan “Rifiuti Zero” come unica soluzione immediata e concreta ai problemi che dobbiamo rapidamente affrontare. Perché non saremmo compresi e le nostre buone intenzioni serviranno solo per portarci discredito. Un movimento che non sa comunicare con la gente è un movimento che non potrà portare avanti nulla di concreto. E’ su questo aspetto che manca, a mio parere anche nel contesto del movimento ambientalista, un’analisi oggettiva dello stato delle cose. Non partiamo da una situazione facilmente gestibile, anzi dal contrario. Perché non possiamo dimenticare che a monte delle R c’è una P (produzione di beni e quindi di ricchezza immediata) che determina la creazione del problema.

Da qualche decennio il movimento ambientalista, sulla questione rifiuti, si è concentrato quasi esclusivamente sulla raccolta differenziata e sul conseguente riciclo , come soluzione della problematica. Risultati? Qualcosa di buono è stato ottenuto. Ma la realtà rimane disastrosa. Forse non sarebbe sbagliato iniziare con l’ammettere e prendere atto che la stragrande maggioranza della plastica che raccogliamo finisce nei termovalorizzatori e, se possibile, ancora nelle discariche. Perché negare la verità? A chi porta vantaggio? Se non si avrà il coraggio, rinunciando all’immediato vantaggio di alcune parti, di cambiare strada non usciremo vincitori da questa partita.

Credo sia necessario non aver paura di essere scavalcati e di uscire dall’’ortodossia ambientalista dominante. Credo sia necessario mettersi seriamente a pensare e trovare il modo di procedere. I due vice primi ministri italiani si sono espressi chiaramente sul problema: uno ha detto che l’uso dei termovalorizzatori è la soluzione del problema, l’altro ha affermato che mai e poi mai si farà ricorso ad altri termovalorizzatori. Situazione invidiabile per noi cittadini! Nessuno però, a cominciare dal Ministero dell’Ambiente, ha il coraggio e l’intelligenza di dire che vi possono essere alternative concrete. E tanto meno vi è il coraggio di iniziare a provare a cambiare lo stato delle cose. Nessuno ha il coraggio e la voglia di affermare chiaramente che è tempo di fare ricerca e sperimentare nuove e concrete soluzioni. Che, sia ben chiaro, esistono. E possono contribuire, nella logica del nulla si distrugge, tutto si trasforma, alla soluzione del fabbisogno energetico. Il problema dei rifiuti è solo uno dei mille e più che dobbiamo affrontare ma per tutti credo sia necessario portare avanti una battaglia per l’innovazione, la ricerca e la sperimentazione.

Non viviamo in compartimenti stagni. Viviamo in una società dove ogni elemento è strettamente collegato ad altri. Una battaglia per la sola questione dei rifiuti sarebbe, seppur vinta, parte di una guerra persa. La guerra in questione è quella della sopravvivenza dell’umanità e di gran parte della vita biologica sul pianeta. Anche se avessero ragione (e non la hanno) i negazionisti sulla causa antropica del repentino cambiamento climatico, la questione rimane immutata e riguarda tutti, ricchi e poveri, europei o americani e africani o asiatici, cattolici, musulmani o atei. Perché non dobbiamo affrontare solamente il problema dei cambiamenti climatici. Quelli dell’avvelenamento dei terreni, conseguentemente delle falde acquifere, dell’aria e degli oceani, dello sciagurato uso dei pesticidi non sono da meno, con riflessi diretti sulla nostra salute. Quando è che ci mobiliteremo perché chi ha inquinato e inquina non solo la smetta ma ripari o almeno tenti di riparare i danni che ha provocato? Quando sarà che gli azionisti delle multinazionali del petrolio e dei fossili in generale saranno un po’ meno ricchi, perché saranno stati costretti a spendere soldi per bonificare i terreni e le acque compromessi dalla loro avidità e disprezzo per gli altri?

La consapevolezza della gravità della situazione ci deve portare ad essere concreti, senza rinunciare agli obiettivi principali. Per questo dobbiamo tornare a sognare, senza essere sognatori, consapevoli che le problematiche da affrontare sono globali e dunque necessitiamo di costruire reti di comunicazione e di mobilitazione internazionali. E’ necessario che si rivedano modi di produrre, di commercializzare e di consumare. I fronti su cui intervenire sono infiniti e per questo gli ambientalisti e i movimenti per la giustizia sociale di tutto il mondo devono tornare ad appropriarsi dell’uso delle nuove tecnologie per il bene della collettività e non lasciarle in mano a speculatori, militari e politici non in grado di esercitare il loro ruolo di responsabilità sociale.

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