Report della prima settimana del COP 21 di Parigi

Report della prima settimana del COP 21 di Parigi

I nostri inviati a Parigi, Carlo Dettori e Alfonso Navarra hanno così sintetizzato la prima settimana a Parigi.

Il primo giorno si è assistito a manifestazioni d’entusiasmo da parte di molti delegati; entusiasmo profuso dal presidente Barack Obama che ha promesso soluzioni utili e definitive capaci di risolvere la crisi climatica planetaria. Tuttavia si sono dimostrati di avviso contrario diversi delegati dei Paesi africani, dell’India e soprattutto dell’Oceania. Per quest’ultimi i dubbi che si arrivi ad un accordo utile per il clima terrestre è dato da grandissimi interessi economici e geopolitici alla base dei giacimenti di petrolio, carbone e gas.

Il secondo giorno all’apertura delle varie commissioni o gruppi di lavoro si sono concretizzate le prime difficoltà, tra queste quella di non accettare il progetto globale di mettere al bando il carbone sia per uso industriale che domestico, capofila in questa posizione è risultata l’India e a seguire altri Paesi del Sudest Asiatico. La stessa Cina, la principale inquinatrice del pianeta per l’uso smodato del carbone, si è accodata all’India, anche se è disposta a raggiungere un più razionale consumo del carbone intorno al 2030.

Molti scienziati, entrando direttamente nel merito dei cambiamenti climatici, hanno dichiarato di essere scettici sul fatto che si possa arrestare il trend di aumento della temperatura terrestre, anche limitando l’uso dei combustibili fossili. Per questi scienziati ormai è troppo tardi, soluzioni utili ad evitare la catastrofe climatica si sarebbero dovute prendere almeno 10 anni fa, ora, sempre secondo questi studiosi, la macchina del clima si sta autoalimentando e, quindi, è inverosimile bloccare l’aumento della temperatura terrestre sotto i 2 gradi centigradi previsti. L’unica cosa che si può fare, sempre per questi scienziati, è prepararci seriamente all’inevitabile da qui a 10 anni, ossia all’aumento del livello dei mari, alle siccità prolungate, agli uragani e tifoni sempre più violenti e infine ai grandi esodi di popolazioni in fuga da territori climaticamente negativi.

Il terzo giorno la questione clima è stata offuscata dalla questione ISIS e in particolare dalle dichiarazioni di Putin contro la Turchia accusata di finanziare il terrorismo internazionale acquistando il petrolio rubato alla Siria e all’Iraq dai jihadisti. Nel frattempo alcune comunità delle isole del Pacifico hanno inscenato una serie di contestazioni pacifiche per dimostrare la precarietà della loro situazione a causa dell’innalzamento del mare.

Il quarto giorno, i nostri delegati si sono occupati della sezione sull’informazione e sull’educazione ambientale e climatica. Il tema presentato dall’organizzazione francese “Paris – éducation 2015″, che ha riscosso subito un discreto successo da parte di autorità e delegati impegnati in questa sezione, prevede di trovare un accordo tra i popoli della Terra per consentire da qui al 2050, quando saremo oltre 10 miliardi di abitanti, formule condivise di sopravvivenza dignitosa. Al manifesto che rappresenta questa mission hanno aderito, oltre che Accademia Kronos, la rete mondiale WEEC ( Il più importante ente internazionale che si occupa di educazione ambientale) ed altri enti legati alla comunicazione scientifica. A seguito di ciò la ministra francese all’educazione ha invitato i colleghi europei ad organizzare in ogni loro Paese incontri tra docenti e studenti sui temi legati al clima. Accademia Kronos in quell’occasione ha ricordato che insieme all’università della Tuscia ( Viterbo ) nel 2001 ha partecipato alla realizzazione di un corso di laurea specifico come “Educatore e divulgatore ambientale”, da cui sono usciti laureati, in circa 10 anni, circa 1000 giovani. Purtroppo questo corso di laurea è stato chiuso nel 2012, non per mancanza di allievi, anzi!, ma solo per questioni burocratiche e interne all’università stessa. A questo punto, visto che questo corso è stato l’unico in Europa capace di formare professionisti non solo nell’educazione ambientale, ma anche nell’intervento diretto sul territorio per programmare piani di adattamento ai cambiamenti climatici, è stata fatta la richiesta ufficiale di farlo ripartire non solo in Italia, ma anche negli altri Paesi europei.

Venerdì i nostri delegati sono usciti nelle strade di Parigi per valutare il grado di sensibilità dei parigini sul problema dei cambiamenti climatici. Purtroppo, ma forse c’era da aspettarselo dopo i recenti fatti, alle persone poco importa di quello che si sta facendo all’interno del COP 21. Le persone sopra i 40 anni sono quasi tutte preoccupate della questione ISIS, Turchia e terrorismo in genere, molti temono una escalation della guerra in Siria con un maggiore coinvolgimento non solo della Francia ma di tutta l’Europa. I più giovani, invece, dimostrano una spiccata sensibilità verso i lavori sul clima. Molti sono preoccupati che una grande crisi climatica possa porre le basi per una serie di altri problemi da quelli geopolitici a quelli personali.

Sabato si è tornati a valutare i lavori all’interno delle varie commissioni per il clima. E’ subito risultato evidente che negli anni, da quando si sono avuti i vari COP, l’Europa è stata a livello planetario la più virtuosa, riducendo (anche l’Italia) l’apporto di gas serra in atmosfera, diminuendo il consumo dei combustibili fossili e aumentando sensibilmente l’approvvigionamento di energia da fonti rinnovabili. Purtroppo tutto questo non si è riscontrato negli altri Paesi industrializzati, come la stessa USA. Poi Cina, India e Brasile hanno intensificato significativamente il loro apporto di gas serra in atmosfera ed hanno anche aumentato di molto l’uso di combustibili fossili come il carbone. Fatte queste considerazioni si è entrati nel merito della questione finanziaria, nel senso di “rianimare” i vari fondi economici per sostenere gli Stati emergenti e quelli in via di sviluppo nei loro programmi di sviluppo industriale. Sono stati analizzati i vari fondi messi in essere dai precedenti COP per la tutela del clima, come Adaptation Fund ( fondo di adattamento ) e il GCF ( Green Climate Fund) ed altri, tutti creati per assistere Paesi in difficoltà per cause climatiche avverse e per sostenere politiche di sviluppo industriale locali poco impattanti con l’ambiente. Nell’ambito delle varie discussioni tra delegati soprattutto dei Paesi emergenti, si è appreso che uno dei fondi approvato in precedenti COP per il sostegno dell’industria nei PVS previsto in 10miliardi di dollari, in realtà ne ha raccolti meno di 4. Quindi per questi delegati prima di fare altre proposte è necessario rispettare le decisioni delle passate COP. Tuttavia in un momento di recessione finanziaria ed economica globale chiedere altri impegni economici a nazioni appena fuori dalla grande crisi come l’Italia, la Grecia e la Spagna, è molto difficile.

C’è poi da sottolineare la forte preoccupazione del mondo finanziario occidentale legato alle fluttuazioni climatiche (climate change). In questi giorni infatti ancora più degli ambientalisti (come noi), sembrano essere maggiormente preoccupati le grandi banche e i grandi istituti mondiali di assicurazioni. Mark Carney, governatore della Bank of England, si è dimostrato il più realistico e preoccupato di tutti. Infatti in un suo recente discorso fatto ai Lloyd’s di Londra, alla vigilia della COP 21, ha dichiarato che il peggiorare degli equilibri climatici planetari sta portando verso una instabilità finanziaria globale, peggiore dell’ultima appena superata. Dal 1980, secondo Mark Carney, gli eventi climatici, che hanno causato danni alle persone, alle infrastrutture e all’ambiente in genere, sono triplicati e le perdite delle assicurazioni, al netto dell’inflazione, sono quintuplicate, arrivando a 50 miliardi di dollari l’anno.
Per il governatore della Banca d’Inghilterra, ma anche per altri analisti finanziari internazionali, le conseguenze vanno ben oltre l’immaginazione se il trend del riscaldamento globale e dei cambiamenti climatici non si arresterà. Per questi esperti finanziari tre sono i principali rischi.
Quello “fisico”, relativo ai rimborsi assicurativi dei danni causati da inondazioni e tempeste, specie in agricoltura e commercio.
Il liability risk, legato alla possibile futura richiesta di risarcimenti delle parti danneggiate nei confronti dei presunti responsabili, innanzitutto i settori estrattivo e petrolifero.
Il rischio di transizione, cioè i costi di aggiustamento dell’economia verso un modello più sostenibile. Tre fattori che possono scardinare equilibri economici consolidati e creare forte instabilità nei mercati finanziari.

Si assiste così da una parte alla richiesta dei Paesi emergenti di avere più soldi per investire verso un economia sostenibile e dall’altra il mondo finanziario che ci dice: “attenti, non esageriamo con donazioni a fondo perduto verso Paesi che non sono all’altezza di garantire una limitazione di gas serra in atmosfera“.
Domenica mattina è stata presentata la bozza di discussione per i prossimi giorni. Un documento di circa 60 pagine in cui si affronteranno tutti i problemi da quelli scientifici a quelli sociali e finanziari. Purtroppo anche questa volta si parla di impegni volontari e non vincolanti, nel documento infatti si punta sulla buona volontà dei governi. Questo ci lascia molto perplessi, ma non vogliamo “fasciarci la testa prima di sbatterla”, cerchiamo di essere un po’ ottimisti, sperando nel buon senso di tutti per trovare alla fine una soluzione capace di garantire alle prossime generazioni un futuro dignitoso in questo mondo.

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