Un milione di specie animali e vegetali a rischio estinzione

a cura del Prof. Luigi Campanella

Sta avvenendo per la diversità biologica quanto già avvenuto per i cambiamenti climatici: da parte di alcuni, malgrado l’evidenza, si ritiene che non ci siano dati scientifici a dimostrare che essa è minacciata.

Oggi questi dubbi non possono che cadere dinnanzi al Rapporto della Piattaforma intergovernativa scientifico-politica sulla biodiversità e gli ecosistemi, l’organizzazione delle Nazioni Unite che ha presentato così la sintesi globale dello stato della natura, degli ecosistemi e dei contributi della natura al genere umano. Si tratta di quasi 2000 pagine scritte al termine di 3 anni di lavoro di 400 esperti provenienti da oltre 50 Paesi. Sono un milione le specie animali e vegetali che rischiano di sparire in pochi decenni e, se la natura è in pericolo, lo siamo anche noi: pochi infatti considerano che i ¾ delle nostre colture alimentari essenziali, richiedono l’impollinazione degli insetti e l’abuso di pesticidi minaccia questi impollinatori. Rane, farfalle, api, scoiattoli, pipistrelli, ricci, sono alcune delle specie più esposte e più in pericolo di non sopravvivere.

L’Italia in particolare potrebbe perdere magnifici predatori, come l’aquila ed il gipeto. Purtroppo ancora una volta è l’uomo a creare questa situazione: ha alterato il 75% delle terre emerse, e la vita del 60% degli oceani. Sono nate a causa delle attività antropiche 400 zone morte nel mondo, una superficie paragonabile a quella dell’Italia e destinata ad aumentare. Il tempo per intervenire si riduce progressivamente tanto che la National Geographic Society è giunta ad una proposta – l’unica possibile a questo punto per lei – al fine di innescare un’inversione delle attuali tendenze: tutelare metà del pianeta entro il 2050 con un target intermedio a 30% al 2030.

I riflessi di questa nuova auspicata politica saranno non solo ambientali – generalmente incentrati su una limitazione a 2°C dell’aumento della temperatura rispetto al periodo preindustriale – ma anche economici, entrando in un’ottica (come ha affermato il direttore scientifico di WWF Italia Gianfranco Bologna) che non considera più la natura come un blocco allo sviluppo del territorio.

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Per produrre energia ci vuole acqua, per fornire acqua serve energia. Di conseguenza, poiché il 90% dell’energia termica fa uso di acqua, aumentare la produzione di elettricità del 70% (come previsto per il 2035) significa aumentare i prelievi di acqua dolce del 20%. Tra acqua ed energia c’è però una grande differenza dal punto di vista di consumi e della fornitura: per la prima non ci sono alternative, per la seconda sì.

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