La capacità degli esseri viventi di scambiarsi vicendevolmente elementi e sostanze dà vita ad un ciclo ecologico che si svolgerà fino a quando l’energia del sole sarà disponibile, a condizione che non subentrino fattori di disturbo di intensità superiore alle capacità omeostatiche degli ecosistemi. Di recente, nella storia della vita sulla Terra, l’uomo è intervenuto modificando i cicli naturali della materia, manipolando artificialmente gli elementi chimici e disperdendo nell’ambiente sostanze sintetiche estranee alla vita ("xenobiotiche").

Per quanto riguarda gli aspetti strettamente patologici sia le ectomicorrize che le endomicorrize costituiscono una barriera fisica alla penetrazione di parassiti nell’apice radicale delle piante e modificano qualitativamente e quantitativamente i metaboliti vegetali emessi dalle rizosfere. Inoltre esse generalmente producono anche dei composti antibiotici che rappresentano una barriera tossica nei confronti di molti microrganismi del terreno.

Come già detto in precedenza la simbiosi micorrizica è quella che si realizza nell’intima unione tra le ife fungine e le porzioni terminali dell’apparato radicale delle piante. Il fenomeno della micorrizia è molto diffuso negli ecosistemi terrestri tanto che si può ritenere che la maggior parte dei vegetali superiori, comprese tutte le forme coltivate, siano interessati da questo fenomeno.

I funghi stanno guadagnandosi sempre più un ruolo principale nel monitoraggio della qualità del territorio grazie alle specializzate attività trofiche dei vari taxa che ne garantiscono la presenza in tutti gli habitat terrestri. Infatti, come abbiamo già detto in interventi precedenti, i miceti grazie alle interazioni dinamiche nelle relazioni trofiche da organismi eucarioti eterotrofi, privi di clorofilla, possono colonizzare ogni modello ecosistemico.

Come abbiamo già visto i funghi sono in grado di indicare, grazie alla loro semplice presenza e alla quantità dei propri basidiomi, un certo tipo di squilibrio ecosistemico già in corso. In questa sede tratteremo di una forma di bioindicazione molto più sofisticata, legata principalmente alle caratteristiche di ricchezza e abbondanza di popolazione a livello genetico di questo Regno.

Alcune specie fungine, con la semplice presenza e quantità dei propri basidiomi, indicano uno squilibrio ecosistemico in corso e possono predire con un certo anticipo forme di degrado altrimenti rilevabili. Ad esempio una delle specie più rappresentative è Megacollybia platyphylla (Pers.) Kotl. & Pouzar che si rinviene generalmente in prossimità di resti legnosi ed è indicatrice di notevoli quantità di sostanze azotate nella lettiera.

Grazie ai progressi compiuti negli studi recenti, i funghi sono sempre più entrati a far parte di quel gruppo di organismi che assumono il ruolo di bioindicatori di un dato ecosistema o di un dato ambiente. In particolare, va sottolineato il grosso contributo offerto dalle sperimentazioni condotte negli ultimi quarant’anni sulle specie di tartufi pregiati (specie ectomicorriziche) per giungere ad una coltivazione artificiale corretta e produttiva.

La qualità ambientale di un’area o di un territorio può essere stimata con l’uso di idonei indicatori, che possono essere definiti come strumenti in grado di rappresentare particolari condizioni dell’ambiente. Tuttavia, la qualità di un determinato sistema ambientale non può essere definita da un unico indicatore, ma di regola deve combinare informazioni relative a un insieme di indicatori, che possono presentare scale di misura diverse e richiedere un diverso peso nella valutazione.