Non è il solito monito di noi ambientalisti o di qualche isolato studioso sensibile al problema del riscaldamento globale del pianeta, è invece il grido d’allarme della più grande istituzione mondiale del pianeta Terra che si occupa del problema clima, l’IPCC (Intergovernmental panel on climate change – ONU) in cui operano scienziati di fama internazionale di tutto il mondo.

Probabilmente gli storici del futuro scriveranno che il 2019 fu l’inizio della grande crisi climatica che in meno di un ventennio decimò una buona parte della popolazione planetaria. Questa non è la prefazione di un romanzo di fantascienza, ma l’estrapolazione di un’intervista rilasciata giorni fa da uno scienziato ad una TV australiana. Catastrofismo gratuito? Le solite "fake news"? Diamo un’occhiata a cosa sta accadendo nel mondo in questi giorni...

Come conseguenza del riscaldamento globale, i suoli perennemente ghiacciati dell’Artico si stanno scongelando e rilasciano sostanze altamente tossiche e inquinanti, contenute nei fossili risalenti all’era del Pleistocene. Questo è quanto emerge da una ricerca di Sue Natali, membro del ‘Woods Hole Research Center’ nel Massachusetts, portata avanti dalla Siberia all’Alaska per studiare gli effetti dello scongelamento del permafrost, il terreno tipico delle regioni dell'estremo Nord Europa, della Siberia e dell'America settentrionale.

Fino ad un trentennio fa il fine primavera, come in questi giorni, aveva il sapore dell’arrivo dell’estate, con qualche leggera puntatina di caldo, anche gradevole, che soprattutto al sud si avvicinava ai +30° e difficilmente li superava. La notte si dormiva ancora con una leggera copertina, mentre con il piumone ancora al nord. Poi arrivava qualche tranquillo temporale a riportare le temperature intoro ai 24/26° C.

La frequenza di precipitazioni estreme, eventi che possono causare frane e alluvioni mettendo a rischio la sicurezza e la salute pubblica, è aumentata a livello globale negli ultimi cinquant’anni, in parallelo con l’intensificarsi del riscaldamento globale. A rivelarlo è un nuovo studio pubblicato sulla rivista Water Resources Research e realizzato da studiosi della University of Saskatchewan (Canada) e dell’Università di Bologna.