a cura di Giovanna Pagani

Nonostante promesse e aspettative, la conferenza si è dimostrata un fallimento, arenata nell’articolo 6, quello riguardante la regolazione globale del mercato del carbonio. Il nodo questo più difficile da sciogliere e più determinante per tutti i lavori, perché è uno di quelli decisivi.

Di fronte all’emergenza, nessuno – se non i leader dei paesi già esposti agli effetti della crisi – ha mostrato un impegno a ridurre le emissioni, fingendo di ignorare gli effetti e di rimandare le decisioni alla COP futura.

Greta Thunberg – intervenuta in conferenza stampa il 9 dicembre – ricordava che l’emergenza climatica non ha effetti “sul futuro” perché ne ha già “sul presente”, l’Arabia Saudita contestava l’uso del termine “emergenza”, negando l’urgenza di qualsivoglia provvedimento o azione.

Carlon Zackhras, un giovane proveniente dalle isole Marshall, alle prese con l’innalzamento delle acque, faceva notare che già adesso per loro “l’unica soluzione è andare più in alto – come successo a 200 famiglie della sua zona solo poche settimane fa – o emigrare”,  nonostante ciò la questione dei cosiddetti “loss and damage è rimasta aperta e non conclusa”, il meccanismo attraverso il quale i Paesi ricchi, maggiori responsabili della crisi climatica, dovrebbero aiutare chi subisce sulla propria pelle gli effetti della crisi.

Di positivo alla fine è risultato l’impegno dell’Unione Europea per la riduzione delle emissioni, e per il raggiungimento della “carbon neutrality” entro il 2050. Un piano ambizioso, con un fondo da 100 miliardi da destinare alle regioni e ai settori più vulnerabili per favorire la riconversione energetica di tutta l’industria europea e oltre 50 azioni da realizzare entro il 2050. Rimane, alla fine di questa COP25, soprattutto una sensazione: quella che le attiviste e gli attivisti che ogni settimana ormai da più di anno chiedono azioni concrete contro l’emergenza climatica siano più lungimiranti di chi dovrebbe invece rappresentarli. E’ scontato che una rivoluzione ecologista non sarà possibile se le trattative continueranno a essere affossate dagli interessi dei poteri fossili e da quelli – di breve termine – di alcuni Stati nazionali, non intenzionati a ridurre le emissioni nonostante una minaccia ogni giorno più visibile.

Intanto, il rischio di “essere ricordati come la generazione che ha nascosto la testa sotto la sabbia, che ha temporeggiato mentre il pianeta andava a fuoco” – come diceva Guterres nel suo discorso di apertura – è sempre più concreto.

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Cari amici, siamo prossimi al rinnovo del direttivo, al quale vi chiedo di essere presenti sia come potenziali eletti sia come elettori. In questi 3 anni, abbiamo vissuto momenti difficili. Quest’anno abbiamo affrontato una tremenda pandemia, che ha determinato moltissimi ammalati e tanti morti. Numerosissime persone lasciate sole, abbandonate al loro destino senza il conforto di un proprio caro. Così, ad un certo punto, i sanitari, in mancanza di mezzi e risorse, hanno fatto una scelta dolorosa e angosciante: chi salvare e chi lasciare andare.

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