a cura di Filippo Mariani

Molti si sono chiesti come è stato possibile assistere ad un’esplosione così rapida della pandemia in Lombardia… per diversi epidemiologi fino all’altro giorno restava un mistero, ma poi quando climatologi e medici si sono incontrati per studiare la situazione si è fatta subito strada una nuova ipotesi.

Il tutto potrebbe essere collegato a questo inverno anomalo, che ha fatto registrare su gran parte delle nostre regioni prolungate alte pressioni atmosferiche, con poche piogge, assenza di vento e di conseguenza aria stagnante nelle pianure e nelle grandi città. Fatto questo che ha determinato la presenza massiccia nell’aria di particolato, dal PM10 al più pericoloso PM2,5 (quest’ultimo può arrivare ad interessare i nostri alveoli polmonari). Gli scienziati hanno constatato che questo virus può tranquillamente accompagnarsi al particolato e, quindi, pronto ad aggredire gli umani. Alcuni virologi affermano “sicurezza scientifica” che non è così, tuttavia la stessa ESA si è interrogata sul problema dell’improvvisa esplosione della pandemia nel nord Italia, ed ha indagato in merito. Quindi a noi non sembra “poco scientifica” questa ipotesi, ma affermare a priori che la stagnazione dell’aria inquinata nelle grandi pianure e città del nord non può essere una concausa dell’aumento dei contagi!

L’ipotesi che il particolato stagnante nell’atmosfera potesse essere un facilitatore della contaminazione del coronavirus fu formulata il 9 marzo scorso da alcuni esperti del nostro comitato scientifico, ma non divulgata, perché priva di altre attestazioni scientifiche e, soprattutto, per evitare il diffondersi di altre paure e angosce da parte della gente. Ora questa ipotesi, che è stata avvalorata dalla Società Italiana di Medicina, ci rende l’obbligo di diffonderla, almeno tra i nostri numerosissimi lettori. Per correttezza scientifica tuttavia va rimarcato che resta un’ipotesi, anche se molti elementi sono nella sua direzione, e quindi si continua ad indagare. A sostegno di questa ipotesi, presentiamo il seguente servizio:

L’inquinamento atmosferico ha favorito il contagio del nuovo coronavirus?

a cura di Viola Rita pubbicato su: www.wired.it – scienza/medicina)

Secondo un’indagine italiana pubblicata sul sito della Società Italiana di Medicina Ambientale potrebbe esserci un legame fra numero di contagiati e superamento dei livelli del particolato nel nord Italia. Tuttavia ci sono altri fattori da considerare e il risultato è ancora soltanto un’ipotesi.
L’inquinamento, in particolare le polveri sottili, potrebbero aver veicolato e favorito la trasmissione del nuovo coronavirus Sars-CoV-2 nel nostro paese. È un’ipotesi formulata da un gruppo di ricercatori italiani, affiliati a varie università, che hanno presentato un position paper sul tema. Gli scienziati hanno esaminato i dati delle Agenzie regionali per la protezione ambientale (Arpa) di tutta Italia e li hanno messi in relazione con i dati dei contagi da Covid-19 forniti dalla Protezione civile. L’indagine non ha individuato alcun nesso di causa effetto, ma semplicemente ha rilevato un potenziale collegamento fra i due elementi, ancora però da studiare e confermare. Il testo è rintracciabile sulla pagina della Società Italiana di Medicina Ambientale, che ha svolto l’indagine insieme all’università di Bari e a quella di Bologna.

Da cosa nasce lo studio?

Il particolato atmosferico è pulviscolo di dimensioni che vanno da pochi nanometri a 100 micrometri (µm), ovvero millesimi di millimetro. Sono famose le dannose polveri sottili PM10 e PM2.5, particelle di polvere che hanno un diametro uguale o più piccolo rispettivamente di 10 µm o 2,5 µm. Gli autori hanno spiegato che il particolato può fungere da carrier, ovvero da vettore di trasporto, per molte sostanze contaminanti, inclusi i virus.

Lo studio, polveri sottili e coronavirus

Per questo i ricercatori, hanno confrontato i dati del particolato di tutte le centraline italiane nel periodo dal 10 al 29 febbraio e il numero di contagiati nel tempo fino alla data del 3 marzo. Per fare questo paragone hanno considerato che per ogni diagnosi deve essere calcolato un periodo di incubazione di 14 giorni. Oltre a studiare l’andamento generale, in pratica, hanno messo in relazione i dati dei contagiati diagnosticati ogni giorno con quelli del particolato rilevati prima dell’incubazione (quelli del 3 marzo con quelli del 18 febbraio, quelli del 2 marzo con quelli del 17 febbraio e così via, considerando una finestra di 14 giorni).

I risultati, forse c’è un legame fra particolato e virus

Il collegamento c’è, secondo gli autori, che mostrano con grafici e dati alla mano come all’aumentare delle centraline, che rilevano un superamento dei limiti di norma giornalieri del particolato (pari a 50 microgrammi per metro cubo), crescerebbe anche il numero giornaliero dei contagiati. “In particolare si evidenzia una relazione tra i superamenti dei limiti di legge delle concentrazioni di PM10 registrati nel periodo 10 Febbraio-29 Febbraio e il numero di casi infetti da Covid-19 aggiornati al 3 marzo”, scrivono gli autori. “La relazione tra i casi di Covid-19 e PM10 suggerisce un’interessante riflessione sul fatto che la concentrazione dei maggiori focolai si è registrata proprio nella Pianura Padana mentre minori casi di infezione si sono registrati in altre zone d’Italia”. E ricordiamo che c’è anche un effetto opposto, ovvero la prevenzione con le misure di isolamento sociale dovute al coronavirus potrebbero abbassare i livelli di inquinamento.

Ma la prudenza è d’obbligo

Tuttavia, come sottolineano gli autori stessi, questo potrebbe essere soltanto uno dei fattori. Bisogna ricordare che ci sono ovviamente altri elementi che hanno sostenuto l’infezione del nuovo coronavirus nel nord di cui al momento non abbiamo certezza – banalmente legati alla presenza di uno o più pazienti positivi al nord invece che al sud e alla formazione qui dei focolai (ancora non sappiamo chi sia con certezza il paziente zero in Europa). Inoltre, i numeri e il conteggio dei contagiati può aver subito diverse alterazioni, dalla comparsa dei primi casi in Italia nella data del 21 febbraio fino al 3 marzo (data in cui si conclude l’osservazione degli autori), dovute a vari fattori, sanitari e di altra natura: il numero di contagiati potrebbe anche essere sottostimato e dunque non avere esattamente l’andamento studiato, considerando le persone positive, ma asintomatiche, che non sono stati rilevati.

In ogni caso lo studio fornisce una prima indicazione del fatto che anche l’inquinamento possa aver fatto la sua parte, come scrivono gli autori nelle conclusioni. La ricerca, spiegano, è fra l’altro coerente con i dati di altre ricerche sullo stesso tema: studi precedenti avevano dimostrato, ad esempio, che l’aviaria “può essere veicolata per lunghe distanze attraverso tempeste asiatiche di polveri che trasportano il virus” e questo è stato dimostrato anche in alcune epidemie di morbillo.

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Cari amici ambientalisti il Mondo intero e la nostra Europa stanno vivendo un momento difficile, che sta mettendo in crisi questo modello economico, con profonde ripercussioni sulla vita di ognuno di noi. Moltissime sono le persone confuse e preoccupate da questa pandemia, temono per la salute propria e dei loro cari.

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