Le città del futuro saranno più verdi e più autosufficienti

(da ARPAT News – Testo a cura di Claudia Becchi)

Nel prossimo futuro, le aree urbane potrebbero ricoprire un ruolo inaspettato nell’attenuazione del cambiamento climatico e nella conservazione della biodiversità. Secondo il report “Urbanization, Biodiversity and Ecosystem services: Challenges and Opportunities”, un’attenta progettazione delle aree verdi urbane potrebbe infatti trasformare le città del futuro in veri e propri serbatoi di vegetazione, in grado di mitigare le emissioni di gas serra e contrastare la frammentazione degli habitat che porta alla scomparsa delle specie. Il report è stato pubblicato lo scorso ottobre ed è frutto del lavoro di oltre 200 scienziati coinvolti nel progetto Cities and Biodiversity Outlook (CBO).

Il CBO è il primo studio globale sui legami tra urbanizzazione e biodiversità, ed è stato promosso dopo il summit di Nagoya del 2010, grazie ad una partnership fra ICLEI e lo Stockholm Resilience Center, nell’ambito della Convenzione sulla Diversità Biologica. Strutturato in 10 punti focali, il sito del progetto offre un’accurata sintesi del legame tra biodiversità e aree urbane e consente di scaricare la pubblicazione di quest’anno, prodotta come supporto scientifico di dettaglio alla relazione Action and Policy del 2012.

Città che cambiano

Gran parte delle attività di produzione e consumo di beni e servizi si concentra nelle città, contribuendo per circa l’80% alle emissioni globali di gas serra. Se il trend attuale di urbanizzazione si manterrà invariato, circa il 70% della popolazione mondiale vivrà in aree urbane entro il 2050, e ciò si tradurrà in una quantità di emissioni sempre più elevata e in una richiesta di acqua e cibo sempre più pressante. Tuttavia, secondo il CBO, le città devono essere considerate non soltanto come ingombranti fonti d’impronta ecologica, ma anche come opportunità di generare soluzioni innovative per migliorare la qualità della vita e contrastare il cambiamento climatico, la perdita di biodiversità e la scarsità di cibo. Come? Prima di tutto con una gestione attenta del verde cittadino, che favorisca la connettività fra le zone di vegetazione extraurbane tramite corridoi e coperture verdi per i soffitti e le pareti esterne degli edifici. Oltre a favorire la biodiversità, l’esistenza di percorsi verdi aumenta infatti il consumo di anidride carbonica, mitigando le emissioni antropiche in atmosfera.

Per un risultato più economico e sostenibile è molto importante ripensare gli spazi già esistenti, piuttosto che costruirne di nuovi. Particolarmente utile, ad esempio, è il recupero dei cosiddetti brownfields, ovvero aree industriali o commerciali dismesse che, tramite un’attenta riqualificazione in chiave verde, possono tornare a occupare un proprio ruolo urbanistico. In senso ideologico, gestire al meglio il verde urbano può significare anche garantire ai cittadini un maggior livello di autosufficienza nella produzione di acqua e cibo. Spazi verdi ben progettati, infatti, possono essere utilizzati come orti urbani per coltivare frutta e verdura, oltre che per arricchire le falde idriche. E la creazione di fonti di cibo alternative non solo è importante per contrastare la distruzione di terreno agricolo legata all’urbanizzazione, ma anche per garantire una maggiore sicurezza alimentare e un minor dispendio energetico in termini di trasporto delle merci. Sono sempre di più gli esempi di centri urbani che hanno assimilato questi principi, avventurandosi verso una prima trasformazione. Si tratta di cittadine europee come Todmorden (Gran Bretagna) Almere (Paesi Bassi) o Monaco di Baviera (Germania), ma anche di metropoli mondiali, come Londra, New York, Montreal, Kampala, Cuba.

Il distretto di Yokohama (Giappone) ha addirittura introdotto un nuovo sistema di tassazione che tutela degli spazi verdi, grazie al quale prevede di ridurre le proprie emissioni del 60% entro il 2050. Il report del CBO analizza molte realtà di questo tipo, disseminate in giro per il mondo. Contrariamente a quanto si creda, sono molte le grandi metropoli con un alto livello di biodiversità: Berlino, Chicago, Città del Messico, Nagoya, San Paolo, per citarne solo qualcuna. Alcune città sono state in grado di valorizzare e preservare al meglio questa loro caratteristica, realizzando aree urbane di tutela floro-faunistica diventate dei veri e propri hotspot di diversità biologica, come il Table Mountain National Park di Città del Capo, il Sanjay Gandhi National Park di Mumbai e il National Urban Park di Stoccolma.

Anche la Toscana guarda al futuro

Un’amministrazione efficace dello spazio urbano deve considerare le connessioni di risorse che collegano le città agli ecosistemi al di fuori dei confini urbani e favorire la continuità fra zone verdi antropiche e naturali. Perché ciò possa realizzarsi sono necessari strumenti finanziari mirati, ma soprattutto una legislazione adeguata. Sotto questo punto di vista, dopo l’approvazione della legge regionale sugli spazi verdi e l’attività vivaistica (LR 41/2012), la Toscana rappresenta un modello d’innovazione. La nuova norma coniuga la potenzialità economica del vivaismo toscano con la volontà di valorizzare il verde pubblico per mitigare il clima e abbattere l’inquinamento, ed è la prima legge specifica su questo settore in Italia, promossa ancor prima di analoghi provvedimenti nazionali. Il futuro sviluppo urbanistico cittadino dovrà prevedere interventi di copertura a verde come tetti o pareti vegetate, sia su edifici civili che in aree industriali o commerciali, e dovrà sviluppare nuovi paesaggi e boschi urbani che tengano conto delle specie caratteristiche della nostra zona.
Come tassello peri-urbano fondamentale per la rete verde, il settore vivaistico sarà favorito tramite politiche di sostegno per il rimodernamento degli impianti e attraverso lo sviluppo di azioni di mercato e piani di sperimentazione.

La Toscana si rivela all’avanguardia anche per quanto riguarda l’agricoltura urbana. Secondo Coldiretti, in base al rapporto Istat sul verde urbano, Firenze è uno dei capoluoghi italiani con la più alta percentuale di orti cittadini: lo 0,7% del verde disponibile, contro una media nazionale dello 0,2%, per un totale di circa 6,3 ettari sul territorio comunale. Fra le città toscane, seguono Livorno (0,5%) e Prato (0,1%). Non si tratta soltanto di orti privati. Recentemente, infatti, con l’iniziativa “Orti Dipinti”, è nata anche la prima sperimentazione di “community garden”, promossa dalla comunità fiorentina in collaborazione con l’Amministrazione comunale di Firenze e il Centro Sociale Barbieri.

Il progetto appartiene alla rete degli Orti di Campagna Amica e prevede la realizzazione di un orto comunitario nello spazio limitrofo all’Istituto Barberi e all’ex pista di atletica. Gli ortaggi prodotti saranno condivisi tra i coltivatori e gli sponsor, o verranno utilizzati per l’organizzazione di cene sociali.

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