a cura del Prof. Luigi Campanella

Una delle “grandi” sfide della nostra epoca, fortemente antropizzata, è certamente mettere a punto un sistema di coltivazioni che non distrugga l’ambiente, ma anzi che lo rigeneri.

Le strade sono diverse: coltivazioni alternate e cicliche (rotazione), attivatori biologici, ripristino delle condizioni naturali andate distrutte a causa dell’agricoltura intensiva.

Le alternanze delle colture hanno la funzione di riequilibrare le caratteristiche del suolo spesso stressate da culture intensive ed uniche, ma richiedono precise compatibilità biologiche.

Circa gli attivatori si tratta di integratori al terreno. con diverse funzioni: dall’accresciuta respirazione, alla protezione antiox, alla accresciuta mobilità idrica: ne esistono molti in commercio pubblicizzati come toccasana perfetti.

La terza via è forse la più affascinante: si tratta di tornare alla natura originale, rimodellare le pendenze. ricreare canali e prati umidi, ri-naturalizzare con piante autoctone.

L’equilibrio naturale riconquistato consente anche di contenere gli insetti dannosi; ma forse il contributo più importante riguarda l’effetto positivo sui cambiamenti climatici. L’agricoltura intensiva, finalizzata solo a vantaggi economici momentanei, ne è una dei responsabili attraverso una spinta esercitata verso la desertificazione e la perdita di alcune specie biologiche: il terreno perde fertilità e non può svolgere la sua funzione equilibratrice né di stoccaggio dell’anidride carbonica e dell’acqua, i composti base del processo vitale più importante, la fotosintesi clorofilliana. Inoltre man mano che le monoculture impoveriscono i campi si cerca di rimediare con concimi, ma il recupero della sostanza organica, l’humus, risulta impossibile perché è stata compromessa la vita dei microorganismi preposti alla sua formazione.

Unendo tecnologie estremamente innovative (ad esempio produzione  di concimi ed energia a partire da rifiuti umidi) e competenze anche antiche si ricrea l’ambiente perduto a vantaggio dell’ambiente, dell’agricoltura, delle specie animali e vegetali che riappaiono a garanzia della protetta diversità biologica ed infine del paesaggio.

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E’ quella cinese una flotta per la pesca immensa con circa 160 mila unità tra paranze piccole, medie e barche d’altura e con decine di gigantesche navi fattoria, letteralmente fabbriche di cibo galleggianti che trasformano subito il pescato in confezioni da vendere nei mercati. Queste "brave persone ambientaliste" stanno arando nel vero senso della parola i fondali marini con reti che superano anche il Km di lunghezza.

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