TAVOLA ROTONDA A DISTANZA CON LA PARTECIPAZIONE DI 4 SCIENZIATI, TRE DEI QUALI FACENTI PARTE DEL COMITATO SCIENTIFICO DI ACCADEMIA KRONOS

Luigi Campanella (Professore di chimica all’Università La Sapienza)
Filippo Lo Cocco (Associate Professor of Thoracic Surgery c/o Catholic University of the Sacred Heart)
Riccardo Valentini (Professore di Scienze Forestali all’Università della Tuscia)
Dario Sonetti (Direttore Scientifico Stazione di Ricerche Bioclimatiche “Italia Costa Rica” – Costa Rica)


Prof. Luigi Campanella

Si discute in questi giorni circa la validità dell’ipotesi che il particolato atmosferico possa fungere da carrier per il virus SARS-CoV-2 che porta alla malattia CoViD-19. Crediamo che a prescindere dalla reale validità di questa ipotesi sia in ogni caso un errore non volerla considerare, rinunciando ad uno strumento di difesa rispetto alla diffusione del virus e cioè quello di contrastarne una possibile (non certa, non unica) via di trasmissione. Se si pensa alle sue dimensioni nanometriche, alla sua “gelatinosità”, alla sequenza delle sue basi azotate, al suo essere un virus respiratorio, ai processi chimico-fisici di adsorbimento, l’ipotesi non può essere scartata su basi deduttive, ma solo, dopo adeguata sperimentazione, su basi induttive. Bisogna agire presto, anche solo per escludere questa evenienza probabile, campionando l’aria a ore ben precise ed effettuando l’analisi della matrice analitica rilevata sul filtro con la stessa metodologia analitica basata sull’estrazione dell’RNA e successiva PCR, come si fa con i tamponi umani.

La contagiosità aumenta in un’aria avvelenata e i dati sono allarmanti ogni giorno, specialmente dove ci sono focolai o se ne creano di nuovi e quindi ambienti ospedalieri (medici contagiati in aumento e purtroppo perdite umane inimmaginabili), ma anche case di riposo (anziani che diventano numeri), studi medici, ambienti chiusi come potranno essere anche i supermercati. Se le analisi confermano le supposizioni è immediato agire con ricambi d’aria nei luoghi chiusi e analisi continue; se usciamo all’aria aperta da soli non abbiamo paura, la grande diluizione dell’aria all’aperto non permette di raggiungere concentrazioni significative come si verifica invece quando l’aria è confinata e continuamente contagiata negli ambienti chiusi o poco areati. L’isolamento, la distanza adeguata, il lavaggio delle mani sono sicuramente opportuni ma non si uscirà dal contagio se non lo si limiterà opportunamente nei luoghi principali in cui continuamente si veicola. I cittadini, è stato dimostrato, spendono, già in condizioni normali, la maggior parte della propria giornata in ambienti chiusi; questo è ancor più vero oggi. Da qui i necessari controlli (Arpa, Iss, Min.ro Salute) che possono a costi relativamente modesti salvare vite umane e ridurre il rischio per chi lavora nelle trincee della guerra di oggi.


Segue il contributo del prof. Filippo Lo Coco che sollecitato da Campanella partecipa alla nostra tavola rotonda.

Prof. Filippo Lo Cocco

Carissimo Luigi,
Ti lascio immaginare l’immensa gioia di poter riprendere a parlare con Te di Scienza, che ci ha preso tutta la vita e ci prende ancora in questi giorni così pieni di angoscia e di preoccupazione.
Sono d’accordo e convinto come Te che il particolato presente nell’atmosfera possa fungere da carrier per il virus SARS-CoV-2, portando alla malattia Covid-19. Se penso alle sue dimensioni nanometriche, alla sua gelatinosità, alla sequenza delle sue basi azotate, al suo essere un virus respiratorio, ai processi chimico-fisici di adsorbimento, lo collego facilmente con il particolato più o meno concentrato presente nell’aria, con cui purtroppo è possibile che si veicoli. Bisogna agire presto, anche solo per escludere questa evenienza probabile, campionando l’aria a ore ben precise ed effettuando l’analisi della matrice analitica rilevata sul filtro con la stessa metodologia analitica basata sull’estrazione dell’RNA e successiva PCR come si fa con i tamponi umani.

L’isolamento, la distanza adeguata, il lavaggio delle mani è sicuramente opportuno ma non si uscirà dal contagio se non lo si limiterà anche nei principali luoghi principali in cui probabilmente si veicola. Abbiamo il diritto-dovere come chimici di mettere al corrente le istituzioni come le ARPA, l’ISS e il Ministero della Salute di effettuare questi controlli che possono salvare vite umane!


Prof. Riccardo Valentini

( servizio uscito anche sul quotidiano “Il Corriere di Viterbo” a cura di Valeria Terranova)

Non sono un virologo, tuttavia come scienziato ritengo che i test che sono stati già acquisiti da alcune regioni debbano essere utilizzati con intelligenza. E’ indispensabile individuare chi ha sviluppato una risposta immunitaria in modo da riuscire a mappare le persone immuni, a cominciare da quelle che fanno parte delle categorie produttive.
Alla domanda se è possibile una ricaduta al CoViD-19, rispondo che gli ultimi studi effettuati in proposito in Cina dimostrano che tale evento è molto basso.

E’ comunque necessario pensare al dopo, bisogna comprendere che il nostro Paese non può rimanere sotto scacco a lungo. Si dovrebbe ripartire dai settori strategici, iniziando dai medici e infermieri, da quelli che hanno contratto la malattia e che sono usciti guariti. L’immunità a questo virus potrebbe permettere loro di tornare ad operare in prima linea. Ovviamente tutto deve avvenire in maniera intelligennte, in modo graduale.

Informo che insieme a molti colleghi (Milan for Covid), ognuno con la sua specifica esperienza in vari campi da quella medica a quella sociale ed economica, stiamo operando per trovare una soluzione sia nell’immediato che a fine pandemia.
E’ un momento in cui c’è bisogno di tutti ed è una grande occasione di confronto interdisciplinare che ci permetterà di offrire il nostro apporto alla società.


Prof. Dario Sonetti

Accolgo la richiesta di Accademia Kronos ed invio il mio modesto parere. Scrivo da un osservatorio “privilegiato”, la Stazione Biologica Meteoclimatica “Italia Costa Rica” nel bel mezzo di una Riserva Naturale, la Karen Mogensen che si trova nel Paese Centroamericano appena citato. Sono qui relegato a presidio della struttura scientifica dopo che tutti i dipendenti della Riserva sono stati mandati a casa per l’impossibilità di poter dar loro un salario, causa il crollo del mercato turistico, principale fonte di ingressi per questo piccolo ma unico Paese. Purtroppo la pandemia è arrivata anche qui, portata, sembra, da alcuni turisti nordamericani, ma fino ad ora il numero di contagiati non supera qualche centinaio (467 al 7 aprile 2020) con un accrescimento fino ad ora moderato, mentre il numero dei decessi per il virus ad oggi ammonta a due, entrambe persone 87enni già con fattori di rischio pregressi.

Il Paese si è mosso per tempo e con una apparente buona efficienza, la gente è stata allertata molto prima della comparsa del caso zero e ad oggi, il sistema sanitario, tra l’altro, ha approntato in tempi brevissimi una struttura specializzata per accogliere fino a 88 casi gravi ma al momento vi è solo un ricoverato. Norme severe sono però state imposte da subito alla popolazione e da qui i maggiori problemi economici e sociali che ne sono derivati. Dopo un primo momento di sbandamento psicologico la popolazione è entrata nell’idea di dover rimanere reclusa in casa “con spirito solidale” anche se qui come si può immaginare, la gente è abituata a vivere molto all’aperto. Persino i Parchi Nazionali e le Riserve sono state chiuse ed è vietato l’accesso anche alle spiagge se pur qui non hanno niente a che fare con gli arenili superaffollati delle nostre coste. Possiamo quindi arrivare con queste premesse a qualche termine comparativo per spiegare una differenza tra la gravità di ciò che sta succedendo in Italia e il relativo contenimento dell’epidemia in Costa Rica.

1. Sicuramente la popolazione non numerosa nel piccolo paese centroamericano, è maggiormente concentrata solo in alcune città e questo già offre statisticamente una minore occasione di contatti e di contagio;

2. il fattore climatico credo abbia il suo peso come è stato già indicato. In questi giorni, qui di piena estate, siamo arrivati a superare i 36°C con alti tassi di umidità e queste sembrano siano condizioni che non favoriscono la sopravvivenza a lungo del virus nell’ambiente aperto;

3. a parte il traffico veicolare su alcune delle arterie più importanti e nei più grossi centri cittadini, si respira per il resto del Paese un’aria con parametri di alta qualità, sia perché non vi sono grandi industrie contaminanti, sia perché quasi il 50% del Paese è ricoperto da foreste che riescono a mantenere l’intero ecosistema nazionale in equilibrio e quindi più sano ed in grado di fornire costantemente i relativi servizi ambientali di salubrità per l’uomo. Sono dati recenti quelli che indicano che un sistema naturale mantenuto il più possibile integro è in grado di controllare le zoonosi, cioè il famoso “spillover” ovvero il passaggio da una specie ad un’altra e quindi all’uomo, di possibili agenti patogeni.

5. Ultimo punto, ma non meno importante, la popolazione costaricense, almeno quella che vive per la maggioranza fuori dalle città, ha costumi di vita in genere salutari, una dieta ricca di antiossidanti naturali, una buona attività fisica e ritmi di vita meno stressanti, a parte una speciale attitudine a confrontare le difficoltà con un sorriso che qui, non per niente viene indicata come “Pura Vida”. Vorrei ricordare che la penisola di Nicoya dove attualmente mi trovo, è considerata un “hotspot” di longevità a livello mondiale. La componente genetica ereditaria ha la sua importanza a mantenere in salute ma solo se è corroborata da un adeguato comportamento virtuoso.

Date queste premesse che possono servire già ad indicare delle importanti predisposizioni, mi pare che ciò che si sta vivendo nel nostro Paese sia il risultato di una convergenza di più fattori perniciosi che hanno creato la cosiddetta “tempesta perfetta”. Quella appunto che si è abbattuta particolarmente sulla popolazione del Nord Italia, Regione Lombardia in testa.
Come biologo vorrei mettere al centro della questione il sistema immunitario, ovvero quelle difese dell’organismo del cui lavoro non ci rendiamo neppure conto fino a quando stiamo bene. È un vero e proprio esercito specializzato contro i nostri nemici invisibili, quelli microscopici che i nostri sensi non possono identificare e per questo chiamato anche sistema di difesa non cognitivo.
Come tutti gli “eserciti”, per svolgere al meglio il proprio mestiere, deve lavorare ben addestrato, ben approvvigionato, con un sistema di comunicazione efficientissimo che non lo possa ingannare ed, ovviamente, condizioni ambientali e psicologiche (sì, anche psicologiche!) ottimali.

Se andiamo a vedere, queste condizioni sono sufficientemente antitetiche alla maggioranza delle condizioni e degli stili di vita dell’uomo moderno, soprattutto nelle grandi aree antropizzate e industrializzate dove si applica un concetto di benessere che mette a dura prova il nostro povero esercito, che peraltro riesce a fare ugualmente dei miracoli. Ma se poi arriva un nemico nuovo e subdolo, è ovviamente più facile che le nostre “truppe”, già spossate siano sbaragliate.

Io credo che sia, se pur detto per metafore, quello che sta succedendo. Una battaglia biologica deve prima di tutto essere combattuta sostenendo le armi biologiche che già abbiamo ed in termini soprattutto di prevenzione, altrimenti i mezzi tecnologici ed ipertecnologici verranno solo a mettere delle toppe provvisorie.

Vorrei concludere con una “stupefacente”, si fa per dire, nota positiva rilevabile in questi giorni a tutte le latitudini, quasi un tamtam che va da un continente all’altro, da un giardino cittadino ad una foresta: dove l’uomo, volente o nolente, si sta ritirando o dove al momento è temporaneamente assente, ricompaiono gli animali, non a prendersi i nostri spazi, ma a semplicemente a recuperare i loro! Quasi a ricordare che questo unico meraviglioso pianeta non è di solo “possesso” dell’uomo!

Articoli correlati

Accademia Kronos come suo principio base è favorevole ad ogni iniziativa governativa capace di ridurre sia l’inquinamento ambientale che l’aumento del riscaldamento terrestre. Tuttavia va tenuto anche presente il profondo problema sociale in cui versa il nostro Paese. La mancanza di lavoro e la chiusura di aziende ed imprese che operano soprattutto nell’edilizia. Pertanto la questione deve essere affrontata con saggezza. Pur condividendo parte delle critiche all’Ecobonus mosse da alcuni amici ambientalisti, restiamo con una visione più realistica. Contestiamo, comunque, la solita posizione ideologica di chi pensa che gli ambientalisti siano i soliti figli del "Signor No".

COMMENTA

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.